Kosovo e Balcani, l’ora della verità

di Edoardo Incani

Il 2018 è stato segnato dal ritorno dei Balcani al centro delle cronache della politica internazionale.

La fase cruciale si è aperta con l’accordo greco-macedone e con il rinnovato interesse da parte dell’UE per le prospettive di allargamento nella regione. Negli anni a venire, diversi Paesi dell’area si ritroveranno dinanzi a scelte di decisiva importanza circa il loro assetto futuro.

Su un’ipotetica integrazione nel quadro istituzionale euro-atlantico pesano in ogni caso notevoli incognite, da ricercare ormai non più soltanto nelle problematiche dell’ambito balcanico, ma anche nella crisi incombente sul processo d’integrazione europea, la cui soluzione non appare, al momento, essere a portata di mano. D’altra parte, una permanenza nell’incertezza attuale darebbe luogo a una situazione destinata a mettere a dura prova la tenuta di alcune fragili entità presenti in questo scenario.

Oltre al già citato accordo sulla denominazione della FYROM, gli sviluppi dei mesi scorsi hanno riguardato anche la più critica delle dispute balcaniche: quella del Kosovo.

Di fronte all’irrisolto problema kosovaro, sull’Occidente pesa il compito di affrontare una situazione, al quale esso stesso ha contribuito, a determinare attraverso decisioni tanto delicate e significative quanto controverse.

Nel 1999 l’operazione Allied Force, posta in essere in assenza di un’autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza e motivata da principi di azione umanitaria, fu l’occasione per tradurre in atto la “mutazione genetica” di una NATO ormai lontana da un carattere meramente atlantico e antisovietico ma capace di dispiegare la sua azione in un mondo unipolare.

All’intervento militare fece seguito la creazione nel Kosovo di un protettorato internazionale, confermato dalla risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza.

Il superamento di questa situazione provvisoria si è concretizzato 2008, con l’adozione, da parte dell’Assemblea Nazionale del Kosovo, della dichiarazione di indipendenza con la creazione della nuova Repubblica, accolta con il riconoscimento diplomatico da parte di un numero rilevante di Stati (con l’eccezione di due dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza).

La Serbia, ancora rivendicante la propria sovranità sul Kosovo, ha scelto di rivolgersi alla Corte Internazionale di Giustizia ponendo il quesito concernente la conformità della dichiarazione di indipendenza con il diritto internazionale.

In questa sede, il sostegno all’indipendenza da parte dei Paesi occidentali si basava su un’argomentazione piuttosto spregiudicata e destinata ad assumere un ruolo centrale sul parere consultivo emesso dalla Corte.

Questa, infatti, ha stabilito la non conflittualità della dichiarazione di indipendenza non solo con il diritto internazionale generale e la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza, ma anche con il quadro costituzionale, in virtù della veste “particolare” in cui gli autori della dichiarazione avrebbero agito: non in quanto organi esistenti nell’ambito quadro istituzionale stesso, ma in quanto rappresentanti del popolo kosovaro elevatisi ad autorità costituente.

La dichiarazione di indipendenza, in questo contesto, trascende il quadro normativo UNMIK e dispiega i propri effetti su un piano nuovo. I Paesi occidentali riconoscitori dell’indipendenza kosovara ne hanno sottolineato il carattere di unicità, con l’intento di impedire la creazione di un precedente, inquadrando la nascita del nuovo Stato in un ampio contesto storico comprendente la dissoluzione della Jugoslavia, le violazioni dei diritti umani perpetrate da parte del governo centrale jugoslavo, contro gli albanesi del Kosovo e l’intervento umanitario attuato dalla NATO con l’instaurazione dell’amministrazione internazionale in Kosovo attraverso la risoluzione 1244.

Benché sia impossibile negare le peculiarità che hanno caratterizzato la vicenda kosovara, il sostegno occidentale a una dichiarazione unilaterale d’indipendenza, volta a superare un assetto fondato su una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, ha costituito una mossa controversa suscettibile di essere richiamata come “precedente”. Ciò è accaduto soprattutto per mano della Federazione Russa, sia con riferimento all’Abkhazia e all’Ossezia del sud, quanto nell’ambito dell’annessione della Crimea. Ciò richiama al caso kosovaro, senza però aver ottenuto per il momento risvolti concreti da parte della Repubblica Srpska.

I problemi caratterizzanti la vita del Kosovo indipendente si sono talvolta evidenziati con particolare drammaticità.

In primo luogo, un’economia fragilissima e in misura consistente informale, oltre che contaminata da diffusa corruzione. Il contesto politico è tutt’ora dominato da personaggi reduci dal mondo della guerriglia indipendentista e implicati in gravissimi episodi di illegalità. La convivenza tra i kosovari-albanesi e le varie minoranze, relegate a un’esistenza priva di certezze, resta difficilissima. Gli ultimi anni, infine, hanno messo in evidenza il preoccupante fenomeno del radicalismo islamico, alimentatosi congiuntamente alle dinamiche medio-orientali.

Gli ultimi mesi hanno visto prendere quota l’ipotesi di un accordo tra Serbia e Repubblica del Kosovo, soprattutto in virtù degli sforzi del Presidente Vucic e del suo omologo a Pristina Thaci. La base dell’accordo, che dovrebbe comportare il riconoscimento dell’indipendenza kosovara da parte del governo di Belgrado, è costituita da un aggiustamento dei confini su base etnica.

Ciò implicherebbe il passaggio della Valle di Preseva, la cui popolazione è composta in misura consistente da albanesi, al Kosovo; alla Serbia andrebbero invece i territori kosovari situati a nord del fiume Ibar, abitati in maggioranza da serbi. La dimensione di entrambi i territori coinvolti nello scambio sarebbe di poco superiore ai 1000 km2.

L’idea di un land swap ha ricevuto un’accoglienza differente nelle due sponde dell’Atlantico.

Se John Bolton ha espresso, nel mese di agosto, la non contrarietà degli Stati Uniti a una soluzione conciliatoria da raggiungere attraverso una correzione dei confini, reazioni ben più fredde hanno prevalso in Europa, con riferimento in particolare alla posizione del governo tedesco. Le preoccupazioni europee sono fondate su una delle principali criticità che una soluzione simile comporterebbe.

Lo scambio di territori rischierebbe di aprire un vaso di Pandora, innescando una reazione a catena che riguarderebbe in primo luogo le debolissime entità statali multietniche di Macedonia e Bosnia-Erzegovina, al cui interno non indugia a manifestarsi l’irrequietezza della Repubblica Srpska. L’altro aspetto critico da tenere in considerazione riguarda il destino delle minoranze di serbi e albanesi presenti rispettivamente a Preseva e nel Kosovo settentrionale, nonché quello dei serbi ancora stabiliti nel restante territorio kosovaro, numericamente ben superiori rispetto a quelli collocati a settentrione.

Un ulteriore capitolo di discussione dovrà trattare certamente di alcuni luoghi di importanza strategica presenti nei territori potenzialmente coinvolti nello scambio. Tanto le miniere di Trepca quanto il lago di Gazivoda già sono stati al centro di schermaglie tra Belgrado e Pristina. Quest’ultimo, importante per l’approvvigionamento idrico dell’area, dovrebbe finire sotto il controllo serbo; quanto all’impianto di Trepca, posto in prossimità del nuovo ipotetico confine, potrebbe essere possibile il raggiungimento di una soluzione di compromesso, anche alla luce delle consistenti risorse necessarie per un pieno rilancio delle strutture. Quanto ai territori destinati al Kosovo, una situazione da chiarire sarà quella concernente la base militare di Bujanovac.

La possibilità di uno scambio di territori appare come una delle poche soluzioni concrete in grado di sbloccare la situazione kosovara e di aprire una prospettiva di conciliazione tra Belgrado e Pristina, ma allo stesso tempo è una soluzione i cui effetti potrebbero riguardare le entità statali vicine con esiti imprevedibili.

In ogni caso, il raggiungimento di un accordo serbo-kosovaro avverrà solo in un contesto ancora caratterizzato da circostanze politiche relativamente favorevoli come quelle attuali e la sua eventuale implementazione non potrà prescindere dalle complesse situazioni presenti sul terreno. Da ciò dipenderà il destino dei Balcani nel prossimo futuro.