Italia e Francia: stessa faccia, stessa razza, stesso destino?
La rivolta, inizialmente spontanea e quindi apolitica, dei “Gilets Jaunes” in Francia potrebbe rappresentare un’importante svolta per la giovane presidenza Macron, forse la pietra tombale sulla sua ambiziosa spinta verso le riforme radicali da molti ritenute necessarie al paese.
Si pensava che la struttura dello stato francese – verticistico, con un ruolo marginale delle rappresentanze intermedie e con un presidente molto forte – potesse permettegli di fare passare con relativa facilità i cambiamenti necessari. Così non è stato, e gli errori fatti dall’amministrazione transalpina sia nella proposizione dei provvedimenti, sia nella successiva gestione della crisi, mettono in risalto le difficoltà incontrate nel riformare un apparato nazionale non più adeguato al mondo di oggi; nonché, però, anche le forti similitudini con la situazione italiana.
Perchè Italia e Francia, pur mantenendo numerose diversità nei loro contesti economico-finanziario, sociale e di governo, sono molto simili nelle difficili sfide future che devono fronteggiare. La Francia vanta un’economia più grande di quella italiana in termini di PIL ed un maggior numero di gruppi mutinazionali sia in termini di dimensione (fatturato) che di estensione a livello mondiale; di converso però, l’economia italiana è meno concentrata, più diversificata, con un settore manufatturiero (la spina dorsale di un’economia) più forte ed estesa (ancora la seconda in Europa dopo la Germania). Inoltre, il rapporto debito/PIL francese poco sotto il 100% non potrà che salire ulteriormente, vista la proposta di bilancio triennale recentemente inviata alla Commissione europea; con una tassazione che rappresenta circa il 46% del PIL, ai vertici in Europa (l’Italia è al 42%), i margini di manovra sono molto limitati; infine, l’annunciato rallentamento globale dell’economia, con il rischio di una possibile recessione previsto da alcuni analisti, porterebbe il rapporto debito/PIL, se non a livelli italiani, comunque su soglie sicuramente preoccupanti per il paese ed il continente. Ciò spiega forse la fretta che ha avuto Macron nel cercare di invertire la rotta; ma la fretta, come sempre, è cattiva consigliera, producendo gli effetti negativi a cui assistiamo oggi.
Italia e Francia soffrono degli stessi mali: economie imbrigliate e rallentate da apparati statali troppo invasivi, sistemi fiscali troppo sbilanciati sul lavoro/produzione rispetto ai consumi, politiche più orientate alle componenti anziane delle popolazioni che verso i giovani e quindi il futuro, servizi sociali universali a parole, ma in realtà profondamente inefficienti nella loro distribuzione, per cui le diseguaglianze tra ricchi e poveri vengono ampliate anche da quegli strumenti che dovrebbero attutirle. Tutto questo mentre i loro sistemi economici e produttivi si trovano nel pieno della tempesta competitiva rappresentata dall’inarrestabile globalizzazione dei mercati.
Esistono tre macro-cambiamenti che i nostri due sistemi-paese devono ambedue attuare. Il primo è una radicale riprogrammazione delle loro strutture economico-produttive (un tempo si sarebbe parlato di “nuova politica economica”) per orientare l’economia e il suo sistema di aziende, soprattutto quello strutturalmente non competitivo, verso settori a valore aggiunto relativamente più elevato e, quindi, meno soggetti alla competizione “a basso costo”.
Questo presuppone anche, secondo macro-cambiamento, uno stato meno “gestore” e più “facilitatore e garante”, per liberare il pensiero e l’azione imprenditoriale. Meno leggi-lacci-lacciuoli, regole chiare e non interpretabili, efficaci sistemi di controllo/verifica, accompagnati da un monitoraggio forte e costante dei progressi e dei risultati, anche per apportare modifiche in tempo reale là dove sono necessarie. Di pari passo deve essere riformato il sistema fiscale: la fiscalità delle imprese deve premiare sempre più gli investimenti in ricerca e sviluppo, il reinvestimento in azienda, nonché la riconversione industriale (retooling e formazione); in questo senso, passi in avanti sono stati fatti, ma si può andare oltre e, in generale, il carico fiscale complessivo per le imprese dei due paesi rimane troppo elevato rispetto ai loro competitori: un riequilibrio della fiscalità globale deve affrontare questo tema, superando anche le vecchie logiche degli incentivi “a pioggia e a vita” (soprattutto in Italia, ma presenti anche oltrealpe per alcuni settori). Per quanto riguarda i cittadini, è importante risconoscere che una delle più efficace forme di redistribuzione delle risorse rimane la tassazione sui consumi: un riequilibrio del sistema in tal senso aumenterebbe sensibilmente le buste-paga (percezione di maggior benessere), farebbe pagare di più chi consuma di più (reale aumento del benessere delle fasce deboli), e avrebbe effetti molto positivi sul grave problema (più italiano) dell’evasione fiscale.
Infine, lo stato sociale come è stato finora vissuto nei due paesi deve cambiare: nell’era dello SPRED, dei deficit e degli alti debiti, i servizi universali (sanità, scuola, pensione, ecc.) non sono più tali in realtà, tagliando fuori proprio i deboli, che non hanno né la forza, né i mezzi per trovare alternative. Bisogna riconoscere che non è possibile dare “tutto a tutti”, rimodulando l’offerta (anche attraverso il sistema fiscale) in modo tale da garantire i servizi a chi realmente non se li può permettere, facendo contribuire gli altri in misura delle proprie possibilità. Anche perché ognuno dei due stati deve affrontare una sua personale emergenza; l’Italia, la questione del Mezzogiorno e del suo sviluppo; la Francia, il risanamento delle sue banlieue. Anche per risolvere definitivamente queste due questioni, oltre a buone idee bisogna liberare le risorse necessarie per realizzarle.
Ognuna di queste riforme è legata alle altre; ed il tutto si declina in una nuova visione delle nostre due società. E’ perciò fondamentale procedere in maniera integrata con questi programmi; il primo errore commesso da Macron, da altri prima di lui, ma anche da chi ha tentato le riforme in Italia, è stato di procedere in ordine sparso: se l’aumento della tassa sul diesel in Francia fosse stato accompagnato da una forte riduzione di altre imposte, forse non avremo avuto i gilet gialli. Di più, perfino in un paese come la Francia, accentrato e semi-presidenziale, le riforme non passano se calate dall’alto; figuriamoci in una repubblica parlamentare proporzionale come l’Italia. La nuova visione di Paese, con il relativo programma integrato di riforme, va presentato e discusso a tutti i livelli della società ed in tutti i territori, per spiegare in dettaglio il percorso, le tappe ed i risultati attesi; questo soprattutto per rassicurare i ceti più deboli, i quali altrimenti sono facile preda della disinformazione di chi le riforme non le vuole perché vive di rendita di posizione.
Com’è del tutto evidente, questo è un programma pluridecennale, i cui primi risultati si vedono dopo molti anni (com’è stato evidente con le pur limitate riforme di Schröder in Germania): serve un patto con i cittadini, un patto tra generazioni, ed un accordo politico trasversale. Nel caso specifico poi, un accordo strategico sul tema tra Italia e Francia potrebbe favorire entrambi sia nei dibattiti interni ai due paesi che nelle inevitabili discussioni/negoziazioni con l’UE.
