L’obbligo di occuparsi dell’ Africa
Si ha spesso la sensazione che noi italiani veniamo abbandonati da soli ad affrontare un fenomeno, quello delle migrazioni, che per molti versi appare collegato da un lato alla instabilità generata dalla follia terroristica che pervade in questo momento alcune parti dell’ecumene islamico mentre dall’altro affonda le proprie radici in condizioni economiche di alcune aree africane tanto degradate che le uniche soluzioni rimaste appaiono quelle di morire, di ribellarsi o, appunto, di emigrare.
Alle nostre spalle, nel contempo, vi è una Europa che resta del tutto inerte nonostante i fieri colpi che il terrorismo di tanto in tanto le infligge. Rifiutandosi tra l’altro ostinatamente di ammettere che condizioni di estrema povertà, instabilità generata dal terrorismo nonché dai conflitti che esso innesca ed infine migrazioni altro non siano che differenti aspetti di un unico grande problema epocale che – proprio perché unico!- dovrebbe essere affrontato unitariamente per poter nutrire la speranza di risolverlo.
In tale quadro la condizione ideale sarebbe quella di poter disporre di un piano benedetto dalle Nazioni Unite ed affidato magari per la sua esecuzione alla Unione Europea supportata da alcuni dei grandi protagonisti mondiali del momento, gli USA, la Cina, la Russia, l’India e poi via via tutti gli altri.
Oltretutto per la prima volta dalla sua origine il problema sta progressivamente concentrandosi in una area geografica ben determinata, quella del Sahel africano e delle zone contermini. Una area pervasa da un livello di instabilità così totale da porla all’origine dei maggiori flussi migratori, rendendola altresì lo snodo di ogni traffico illecito. Proprio questa zona sembrano inoltre ora in via di concentramento i reduci delle esperienze dell’ISIS in Medio Oriente ed in Libia, in cerca di una nuova sede ove rialzare le nere bandiere di un Califfato più volte sconfitto ma purtroppo mai completamente distrutto. Il Sahel rischia quindi di assumere nei prossimi anni il poco invidiabile titolo di “ombelico ” del ciclone che ci minaccia e che in diverse forme – migrazioni in Italia e terrorismo altrove – sta già investendo l’Europa intera.
A rendere più agevole l’ipotesi di un piano comune cui faccia seguito un comune intervento c’è inoltre un precedente cui sarebbe forse possibile ricollegarsi, Ai torbidi innescati dall’estremismo islamico nel Mali alcuni anni fa, nonché alle loro conseguenze, l’ONU reagì infatti dal punto di vista della sicurezza lasciando via libera ad una azione congiunta franco/ciadiana che sfumò poi, una volta conseguiti gli obiettivi più immediati, da un lato in una presenza militare continua dell’ECOWAS, l’Organizzazione regionale che riunisce tutti i paesi dell’area, e dall’altro in una missione di addestramento ancora in corso della Unione Europea .
Alle azioni militari le Nazioni Unite affiancarono inoltre un approfondimento di situazione ad ampio spettro, affidato ad un Inviato Speciale del Segretario Generale, che permise di pervenire a tre fondamentali conclusioni. La prima fu l’assoluta necessità ed urgenza di migliorare le condizioni economiche dell’intera area Sahelica allargata se si voleva evitare che la situazione continuasse a peggiorare sino a rendere il degrado pressoché irreversibile. La seconda fu una generica disponibilità da parte dei paesi più ricchi a partecipare ad una azione congiunta purché gli interventi nazionali fossero inquadrati in un piano coerente e non fosse necessario passare attraverso intermediazioni di grandi organizzazioni che avrebbero rischiato di rallentare l’azione, introdurre forti vincoli burocratici e drenare parte delle risorse disponibili per il mantenimento del proprio staff. La terza infine fu la constatazione di come esistesse in loco una piena coscienza di situazione e di problemi, nonché la capacita di definire con correttezza la priorità da conferire a ciascuno degli interventi ritenuti indispensabili ed urgenti. Nel lasciare, lo Special Envoy consegnò quindi al Segretario Generale un elenco ben preciso di quanto vi era da fare e di come le cose avrebbero potuto esser fatte.
Sono però passati circa cinque anni da quel momento e sul terreno ancora si è visto ben poco. Nel frattempo la situazione è se possibile ancora peggiorata. Le economie dei paesi dell’area non danno segno di ripresa, il processo di progressiva desertificazione che interessa tutta la zona appare pressoché inarrestabile, i traffici illeciti sono enormemente aumentati facendo del Sahel lo snodo criminale per eccellenza della area nord africana mentre, nella quasi totale assenza di ogni tipo di controllo, le rotte di migrazione vengono percorse da un numero sempre maggiore di disperati in fuga dall’assoluta assenza di prospettive accettabili di vita e di lavoro.
In tale quadro l’azione che l’Italia ha svolto sino a ieri pressoché da sola ha permesso ,se non altro, di verificare sul terreno alcune ipotesi, in primo luogo come misure restrittive connesse ad un inasprimento delle condizioni di sicurezza adottate lungo tutta la rotta delle migrazioni possano essere almeno parzialmente efficaci .
Nel frattempo però le azioni svolte hanno evidenziato anche alcune controindicazioni che possono venire eliminate soltanto agendo con altri mezzi ed in un quadro di impegno collettivo e pianificato. Ci si lamenta, e giustamente, delle condizioni dei migranti in Libia ma si tratta di qualcosa cui una azione decisa dell’UNHCR, l’agenzia Onu per i rifugiati, potrebbe porre rimedio. Si deplora la crescente instabilità dei paesi sahelici e si evidenzia il rischio di un insediamento permanente in loco dell’ISIS, fenomeni che missioni di addestramento delle nostre forze militari e di polizia, condotte in numero sufficiente e sotto egida ONU ed UE, potrebbero contribuire a scongiurare.
Si continua a ripetere che il problema andrebbe affrontato alla origine migliorando le condizioni economiche dei paesi che fungono da incubatrici per tutti i fenomeni con cui ci troviamo a dover combattere nelle condizioni peggiori, vale a dire allorché hanno già acquistato una intensità tale che è divenuto difficile se non impossibile affrontarli, e nel frattempo nessuno fa niente.
Ma non sarebbe ora che anche coloro che erano stati ciechi fossero finalmente pronti ad intervenire al nostro fianco ? Sino ad oggi l’Italia ha combattuto da sola una battaglia decisamente più grande di lei ed i risultati raggiunti, ancorché parziali, testimoniano, oltre che della sua generosità, anche della efficacia con cui lo ha fatto.
Ora però è veramente giunto per noi il tempo di passare un testimone che portiamo con sforzo costantemente crescente ad un gruppo di paesi molto maggiore ed articolato, in grado di portarlo più avanti di quanto noi non riusciremmo mai a fare.
* Contributo pubblicato su “La Stampa” in data 09 agosto 2017.
Qui riportato integralmente su gentile concessione dell’autore.