Una strategia geopolitica per l’Italia

Dopo 30 anni di letargo post-muro di Berlino, l’Italia è pronta a definire il proprio ruolo sullo scenario internazionale e agire di conseguenza? O continuerà a nascondersi dietro il paravento delle organizzazioni internazionali lasciando che altri definiscano, limitandolo, il suo ruolo? Gli interessi geostrategici  sono principalmente di tre tipi: sicurezza, economia, e geopolitica. Analizzando il dispiegamento di risorse italiane nel mondo, non sembra che lo sforzo del Paese coincida con i propri interessi.

La nostra sicurezza è sottoposta a due tipi di pressioni: instabilità sociale e potenziale violenza (terrorismo, guerra, ecc.). Del primo gruppo fanno parte le zone di emigrazione verso il nostro Paese: le più significative in termini di numeri sono Corno d’Africa, Magreb, Sahel, sub-continente indiano, Balcani e, ultimamente, Sud America. Attualmente sono soprattutto i flussi africani a rappresentare una minaccia per la coesione sociale del nostro Paese: gli ingressi sono perlopiù incontrollati, le norme di gestione ed espulsione presentano scappatoie, e gli accordi per il rimpatrio sono generalmente deboli, inefficaci.

In ambito NATO e UE, il livello e la distribuzione del rischio di guerra e/o terrorismo dipendono dal ruolo geopolitico svolto da ognuno. Per l’Italia le fonti di maggiore preoccupazione sono: Serbia/Kosovo e Bosnia, Libia, Russia (repubbliche baltiche e Ucraina) e, potenzialmente,  Mediterraneo Orientale per i conflitti armati; infiltrazioni jihadiste dal Nord Africa e attività Boko Haram nel Sahel e Al Shabaab nel Corno d’Africa per il terrorismo.

Per la nostra economia, dobbiamo garantire i flussi di approvvigionamento alle imprese; in quanto seconda manifattura europea ma senza energia nucleare, i nostri interessi sono più simili a quelli della Germania post-Ruhr che non a quelli francesi o inglesi. Garantire le supply chain è materia cruciale per il Paese; le zone sensibili da gestire attivamente sono principalmente il Nord Africa e Golfo Persico per le fonti di energia (anche solare); l’Africa centrale per materie prime e zone di coltivazione; Russia, e repubbliche centro-asiatiche per energia e materie prime; Sud America, Africa verde, Sud-Est Asiatico, ma anche Cina, per l’agro-alimentare; l’Artico nel medio-lungo termine (materie prime e rotte commerciali). Per la componentistica, fermo restando le tradizionali fonti pan-europee, l’Italia post-pandemia deve diversificare la platea dei fornitori fuori dalla Cina, in zone quali la Corea, Taiwan e soprattutto il Sud-Est Asiatico.

Dal punto di vista geopolitico, il nostro Paese rimane un’importante potenza di medie dimensione: siamo tra le prime economie del pianeta; una vera icona del bel vivere, con un’immagine positiva trainata da punti di forza unici: storia, arte, cultura, gastronomia, paesaggi, ecc.; tutto ciò, unito ai campioni della produzione nazionale, fa dell’Italia un marchio riconosciuto  e imitato, un volano d’attrazione con una reputazione ben superiore a quanto da noi percepito.

Inoltre, nell’ambito delle missioni multilaterali, siamo considerati a) meno propensi ad attività cosiddette “neocolonialiste”, b) attivi nel stabilire interazioni positive con le popolazioni locali, e c) capaci di promuovere dialogo e mediazione tra le parti. A questo riguardo abbiamo accumulato numerose operazioni di successo, quali il peace-keeping e nation-building in Mozambico negli anni ’90, e le odierne operazioni in Kosovo e Libano senza le quali i conflitti armati sarebbero inevitabili. La qualità del nostro sistema di difesa e di intelligence  è riconosciuto come superiore al livello di attenzione e di investimenti dedicati. Anche la nostra diplomazia, se pur indebolita nel periodo post-muro di Berlino, rimane un asset strategico.

Geopoliticamente importanti per il Paese, infine, sono anche le comunità di italiani e discendenti all’estero: in questo senso, il Sud America e sempre più la Cina diventano oggi per noi cruciali: segnare la nostra presenza in maniera tangibile in queste zone vuol dire dare forza a una rete di risorse locali strategica per l’Italia.

Tutto ciò dovrebbe suggerire lo sviluppo di un chiara strategia geopolitica: così fanno gli Stati Uniti, ma anche il Regno Unito e la Francia; così iniziano a fare anche la Germania e perfino il Giappone (preoccupata dalla pressante presenza della Cina).

E l’Italia? Il nostro Paese è da sempre restio a dichiarare e, soprattutto, gestire assertivamente i suoi interessi. Basti pensare all’intervento in Libia nel 2011 da parte di Regno Unito e Francia con il relativo “sbandamento strategico” dell’allora governo; e, più recentemente, all’intervento francese a fianco dei greci per dissuadere i turchi in un’area e un settore di primaria importanza per noi (le trivellazioni nel mediterraneo orientale). Nonostante queste e altre fonti di instabilità per l’Italia, il dislocamento delle nostre forze armate e d’intelligence all’estero sembra perseverare la logica di partecipazione a strategie altrui: come si spiega altrimenti che i nostri 7500 effettivi all’estero sono dispersi su 39 missioni in 24 paesi? Di questi i più grandi contingenti (circa 1000 risorse ognuno) sono in Afganistan, Irak e Libano, paesi che non appaiono oggi prime priorità per noi.

Una media potenza come la nostra deve concentrare quello che può dispiegare su pochi obiettivi e scacchieri, di interesse proprio e dell’Europa prima che condivisi con gli alleati. Il nostro sistema di sicurezza e difesa deve quindi essere preservato e concentrato su crisi attuali e potenziali rilevanti per noi. In primis, la Libia: massiccio impegno post-accordi politici, “in affiancamento” di Russia e Turchia; poi Corno d’Africa (riprendere la leadership europea in Etiopia e Somalia) e Magreb (intelligence, investimenti e accordi commerciali); il Sahel solo quando la Libia è minimamente stabilizzata e previo posizionamento chiaro con la Francia; Bosnia e Kosovo, ma con maggiore impegno economico oltre che militare; presenza incisiva e costante nel Mediterraneo orientale con, se utile, promozione in sede UE di sanzioni commerciali mirate alla Turchia.

Partecipazione a tutte le attività UE, nonché a quelle NATO ai confini con la Russia. Per il resto (anche in ambito ONU), ingresso solo in situazioni di crisi gravi e estese, nelle quali sia comunque acclamato l’interesse strategico o il rischio per l’Europa e/o l’Italia, e solo per lo stretto necessario alla messa in sicurezza della situazione.

La seconda leva di geopolitica, gli investimenti per la cooperazione e lo sviluppo (tramite le strutture della diplomazia e di intelligence), deve servire a cementare le relazioni e il controllo in aree in via di sviluppo sensibili per noi; una porzione rilevante deve quindi essere indirizzata a Balcani, sponda Sud del Mediterraneo, Corno d’Africa, Sahel, Nigeria e Golfo di Guinea, forse alcune zone del Sud America.

Un ripensamento complessivo della nostra geopolitica, nell’ambito di una visione integrata europea ma con strategia nazionale, e il riposizionamento degli asset disponibili (diplomazia, investimenti, intelligence, forze armate) comporterebbe una migliore deterrenza rispetto ai rischi e una più efficace tutela degli interessi economici del Paese. Inoltre, concentrare le risorse significa aumentarne la visibilità e la forza relativa, rendendo la nostra presenza più evidente ed efficace; ciò può anche essere utile all’Italia in vista dei nuovi assetti delle organizzazioni internazionali, primo fra tutti quello del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.