Un lemming chiamato Europa

201510.07
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Non ho mai posseduto un lemming , uno di quegli animaletti nordici schiavi di un aperiodico raptus suicida che di tanto in tanto , come per un comando od un segnale , si intruppano a decine di migliaia e corrono a gettarsi nel gelido mare della Scandinavia , ove trovano una fine miseranda. Se ne avessi uno comunque in questo momento storico non avrei alcuna esitazione sul nome da dargli : lo chiamerei Europa  , come l’Unione che dopo aver dedicato più di settanta anni a mettere in piedi un castello di sogno – ove il benessere era divenuto regola e la pace un diritto acquisito – sta ora rapidamente dissolvendosi , travolta da epocali terremoti che essa stessa ha contribuito ad innescare senza pero’ sapere come controllarli.
A ben guardare una ripetizione di quanto già avvenne con la Torre di Babele…. Dopo essere andati molto vicini a parlare una sola lingua con un sola voce stiamo rapidamente ricadendo nella cacofonia dei linguaggi molteplici…..e nel caos da essa indotto. Quos Deus vult perdere ?!?!
Forse il primo errore , quello che ha innescato il successivo rosario delle pene e dei guai , lo abbiamo compiuto quando , allo scopo di aprire ai paesi europei usciti dalla eternità comunista una prospettiva di sicurezza e di benessere , abbiamo allargato a tutti loro , più o meno in parallelo , tanto l’Unione Europea quanto il cosiddetto “pilastro europeo ” della Alleanza Atlantica.
Si trattava probabilmente di un atto che non si poteva dilazionare.
In fondo il carro della storia passa una volta sola ed e’ lui che decide i suoi tempi.  Per l’allargamento pero’ l’Europa ha rinunciato a portare avanti un processo di approfondimento ed aggiornamento che risultava indispensabile , e che essa non ha più avuto la forza di riprendere in maniera adeguata in tempi successivi.
Inoltre , nella fretta e nell’urgenza con cui sono state fatte le cose , non abbiamo ben valutato come i nuovi stati membri dell’Unione fossero tutti , sia pure in misura differente l’uno dall’altro ,   condizionati da due fattori negativi frutto della lunga e dura dominazione sovietica.
Da un lato infatti i PECO , i Paesi Europei Ex Comunisti come vennero allora definiti, portavano scolpita nel loro DNA una costante paura di un ritorno offensivo della Russia che si è rivelata in seguito negativamente condizionante in più di una occasione. Dall’altro poi i decenni di stenti avevano profondamente radicato in loro quell’egoismo della sopravvivenza ad ogni costo , quell’ “io prima di tutto e tutti” che sta ora pesantemente emergendo in occasione della crisi dei migranti.
I frutti di questa pericolosa ed ancora instabile nuova situazione si videro subito e furono frutti amari. Allorché gli USA avviarono la loro ritorsione verso il mondo islamico sunnita per gli attentati dell’11 settembre 2001 , l’Europa si spacco’ infatti immediatamente in due.
Da un lato , con la sola eccezione del Regno Unito , il nocciolo duro ed originale dell’Unione , ” la vecchia Europa ” come la denominarono con disprezzo i neo conservatori allora imperanti oltre oceano.  Dall’altro la “nuova Europa “,  per cui la fedeltà agli USA  – indispensabili per poter sperare di bilanciare e contenere con successo l’orso russo – faceva premio su ogni altra considerazione. E forse anche sul comune buon senso!
La crisi economica , che sopraggiunse poco dopo , aggiunse divisione a divisione . Questa volta la cortina fu stesa fra i pesi del sud , accusati di un comportamento da cicale dissipatrici , e quelli del centro nord , virtuose formiche pazientemente dedite al lavoro ed  all’accumulo . Che poi la creazione del surplus , specie di quello tedesco , avvenisse proprio a spese di coloro che erano accusati di dissipare , sembrava non avere alcuna importanza.
L’acme della crisi si raggiunse con il caso greco , un bubbone che l’inerzia degli Stati membri dell’Unione lascio’ lievitare sino a quando il rischio  di contagio divenne palesemente evidente. Si fini’ così con l’impegnare più di trecento miliardi di euro per risolvere un caso che , se trattato al suo insorgere , avrebbe potuto essere chiuso efficacemente con un decimo di quella somma. Oltretutto poi i provvedimenti adottati mirarono più a salvaguardare gli interessi della finanza internazionale che a promuovere una reale ripresa economica e soprattutto sociale del paese.
Fu chiaro a quel punto che l’Unione soffriva di un chiaro deficit di leadership.
L’asse franco tedesco , che tradizionalmente aveva sempre svolto funzione trainante in ambito comunitario , appariva ormai tanto squilibrato da non riuscire più a svolgere tale funzione. Da un lato la Germania , cresciuta al punto di essere divenuta il naturale interlocutore per chiunque desiderasse – secondo la vecchia locuzione di Kissinger – “telefonare all’Europa ” , esitava  , dopo averne preso i vantaggi  , ad assumere anche gli obblighi di norma connessi ad una condizione di leadership. Dall’altro una Francia ancora piena di velleitarie illusioni faceva ciò che poteva , vale a dire si limitava in sostanza ad affermare una presenza , con il pallido Hollande  sempre più condannato ai vertici bilaterali a far figura di due di briscola di fianco alla Cancelliera.
Come contorno e completamento del quadro , vi erano poi un Regno Unito che la prospettiva di un referendum a scadenza imprecisata aveva allontanato dall’Europa , una Spagna concentrata sul suo problema catalano ed in procinto di divenire sempre più satellitare della Germania almeno dal punto di vista economico , ed una Italia impegnata nella faticosa e difficilissima riconquista di credibilità in ambito comunitario.
Si trattava di una condizione che ha permesso , più che altro per inerzia , il perpetuarsi di uno stato di fatto in cui tutte le risorse e tutta l’attenzione erano ormai da venti anni destinate all’Est mentre ciò che avveniva a Sud era a volte oggetto soltanto di un attenzione distratta . Altre volte invece si tendeva a conferire eccessiva importanza a fatti che rientravano nel quadro ideale che avremmo voluto vedere configurarsi – come quello delineato dalle volatili ed illusorie primavere arabe – ignorando o quasi fenomeni macroscopici come la feroce guerra civile siriana e la progressiva anarchia libica.
Ad aggravare la situazione sono sopravvenuti poi i fatti dell’Ucraina , una occasione in cui Unione Europea a NATO si sono mossi in modo tanto maldestro e così in contro tempo da riuscire rapidamente  a spaccare in due un paese europeo , a fargli definitivamente perdere una grande provincia e ad immergerlo in un guerra civile destinata purtroppo a durare probabilmente a lungo. Come corollario ci siamo poi alienati la Russia , un grande paese che era da molti punti di vista complementare all’Europa , da cui dipendiamo per buona parte delle nostre forniture di gas e che avrebbe potuto giocare  , affiancato a noi , un ruolo grande e forse decisivo nella soluzione dei problemi medio orientali.
In tempi recentissimi , infine ,  e’ esploso in tutta la sua virulenza quel problema dei “migranti” che la generale instabilità’ di tutta l’area circum mediterranea ha innescato e che noi italiani , paese di estrema frontiera del continente e quindi il primo ad essere toccato  dalla crisi  , denunciavamo da tempo  a chi ci prestava invece soltanto un orecchio distratto.
Neanche in questo caso i paesi membri dell’Unione sono riusciti a reagire in maniera unitaria ed efficace . Siamo invece stati travolti da un turbine di individuali egoismi conditi di muri e di fili spinati  cui per un attimo soltanto il momentaneo guizzo di leadership della Cancelliera tedesca è sembrato poter conferire un minimo di ordine….poi il caos e’ ripreso!
Si tratta di un bilancio degli ultimi quindici anni che non appare certo confortante  ,  e  di cui meglio si percepisce il peso qualora si consideri come tutte le crisi che l’Unione ha affrontato in questi periodo siano ancora sostanzialmente aperte.
E allora cosa fare ?
Difficilissimo , se non impossibile , fornire ricette in queste condizioni . Meglio probabilmente limitarsi a rilevare come non si possa ulteriormente continuare per la strada delle divisioni e dei piccoli egoismi che abbiamo sino ad ora seguita. Una strada che rischia di far crollare la costruzione meravigliosa , anche se incompiuta , che i nostri padri ci avevano trasmesso .
Se poi vogliamo , come i lemming , continuare a correre intruppati verso il mare e verso una inevitabile fine la cosa non risulterà affatto difficile : basterà’ continuare a premettere il particolare al generale , l ‘ interesse individuale a quello collettivo , la realizzazione immediata al progetto a lunga scadenza , l’orizzonte limitato a quello strategico…e via di questo passo con ottusa , suicida ostinazione