Presidenziali Americane

202012.11
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A cura di Giuseppe Cucchi e Romano Prodi              Presidente emerito TAB – Former President della Commissione Europea


Tutto da discutere e tutto da definire, con entrambi i candidati che proclamano a voce alta la loro vittoria: ci toccherà quindi attendere, e forse per parecchio, prima di riuscire a sapere chi sarà il nuovo Presidente degli Stati Uniti.

Non si tratta di una situazione piacevole, considerato come gli USA siano non soltanto il Paese più potente del mondo ma ricoprano altresì, ormai da più di settanta anni, il ruolo di leader indiscussi di tutti quegli Stati che ancora credono nella democrazia e nei valori ad essa associati.

Si tratta di un dato di fatto che configura la momentanea paralisi degli Stati Uniti come una crisi destinata ad investire non soltanto gli americani ma insieme a loro tutti coloro che operano nel rispetto della libertà individuale e dei diritti umani, coinvolgendo quindi a pieno titolo e prima di ogni altro anche la nostra Europa.

Appare di conseguenza cosa logica l’attenzione che in tutti i nostri paesi viene dedicata all’avvenimento, nonché il fatto che si cerchi di andare a fondo alla vicenda e di comprendere quali possano essere i reali motivi che hanno determinato l’insorgere di questa difficile ed intricata situazione.

La tentazione iniziale, ovviamente, è sempre quella di attribuire la colpa – od il merito secondo i punti di vista – di tutto quanto sta succedendo al Presidente Trump, nonché al suo modo, a dir poco non ortodosso, di gestire la politica interna e quella estera del proprio paese.

Nel far questo non si considera come se veramente esiste una malattia della democrazia statunitense Trump non possa assolutamente essere identificato con il male stesso, di cui egli è invece soltanto il principale ed il più visibile dei sintomi.

Considerato quanto sta succedendo adesso negli States appare infatti chiaro che anche se la Casa Bianca non fosse occupata dall’attuale Presidente le sorti del mondo sarebbero state comunque rette negli ultimi quattro anni da qualcuno molto simile a Trump nei suoi tratti essenziali.

Rimarrebbero inoltre inalterati anche i problemi fondamentali che affliggono ora la democrazia americana e che per il bene comune dovrebbero essere affrontati e risolti quanto prima possibile. Si tratta in ogni caso di una operazione estremamente difficile, caratterizzata da un forte e costante rischio di insuccesso e che richiederà probabilmente tempi molto lunghi.

Ciò spiega come Trump medesimo, che pure in alcuni momenti ha dato l’impressione di averli chiaramente percepiti, abbia però sempre rifiutato di affrontare seriamente gli interrogativi di base, preferendo ricercare nel vasto campo della politica estera argomenti che potessero di volta in volta polarizzare l’attenzione su altri settori.

Non sono state così poste sul tavolo per l’esame e la discussione né la questione della necessità di riforma di una democrazia che con gli strumenti di cui dispone non riesce più a rimanere al passo con i tempi attuali, né il problema di un Paese in cui ricchezza e potere continuano a rimanere concentrati nelle mani di quella che un tempo era una maggioranza ma che i cambiamenti etnici in corso hanno da tempo relegato al rango di minoranza.

Anche se non se ne parla tanto, in USA quanto in Europa sta infatti crescendo la consapevolezza di come tutte le nostre democrazie siano entrate in un periodo di crisi da cui potranno uscire soltanto nel momento in cui arriveranno ad elaborare meccanismi che consentano di tener sempre conto dell’interesse collettivo senza sacrificare eccessivamente la libertà individuale. E di farlo in tempi che siano operativi e compatibili con il nuovo ritmo che globalizzazione ed informatica hanno impresso agli eventi.

Negli Stati Uniti poi a questo problema si connette, mischiandosi con esso e rendendo la soluzione di entrambi ancora più complessa, quello del dominio in tutti i settori della vita ancora esercitato dalla parte bianca, o “wasp”, del Paese.

Una parte, a dire il vero, che al di là della definizione di partenza non è più soltanto “White, Anglo Saxon e Protestanti, avendo sempre mantenuto una composizione molto elastica che le ha consentito nel tempo di conglobare Irlandesi, Italiani, Slavi ed altri membri di gruppi etnici di pelle bianca, nonché di accettare sul piano religioso cattolici ed ebrei. In questo modo essa è riuscita a rimanere maggioranza negli ultimi cento cinquant’anni, continuando altresì a godere dei privilegi che ciò comportava.

Ora però la situazione è cambiata ed ancor più essa appare destinata a mutare in futuro. Da un lato perché l’immigrazione più recente è composta in buona parte da latinos nonché, grazie alla crescente attenzione statunitense per il Pacifico, da persone provenienti dall’Asia.

D’altro canto poi anche la comunità nera appare in pieno risveglio e non le bastano più né la libertà dalle catene, ottenuta con la guerra di secessione, ne’ la teorica parità di diritti, conseguita negli anni sessanta e settanta del secolo scorso. Ciò che essa pretende ora è invece parità di benessere, nonché una equa partizione del potere associata a pari opportunità in ogni settore della vita pubblica e privata.

Ci troviamo così di fronte ad un calderone ribollente, in cui Trump ed il suo elettorato se esaminati in una ottica complessiva appaiono come l’ultima disperata linea di difesa di una parte che combatte per mantenere i propri privilegi quanto più a lungo possibile, terrorizzata dall’idea che gli equilibri attuali possano essere destinati a cambiare rapidamente.

Una paura viscerale che da un lato spiega il proliferare negli USA di gruppi armati oltranzisti, dall’altro rende di giorno in giorno più credibile l’ipotesi che per cambiare tutto perché nulla debba cambiare, alla maniera del Gattopardo, il gruppo “wasp” allargato finisca con l’incorporare anche i latinos.

E’ una ipotesi non tanto assurda, al punto tale che molti degli immigrati di provenienza centro o sudamericana hanno finito, percependola, col votare per il Presidente Trump contro tutte le previsioni della vigilia.

Con questi due enormi problemi pendenti di politica interna chiunque entrerà alla Casa Bianca , si tratti di Biden o di Trump, sara’ in ogni caso costretto a muoversi su binari pressoché obbligati, dedicando loro la maggior parte della propria attenzione .

Sarà però ben diverso il modo in cui i due aspiranti Presidenti  si muoveranno , e ben diverso sarà altresì lo stile che ciascuno di loro potrà e saprà esprimere.

Si tratta di un punto destinato a rivelarsi di grande rilievo nella politica estera del Paese, considerato il modo in cui la costante affermazione del principio ” America first” nonché la palese rinuncia a richiamarsi a tutti quei valori che avevano fatto grande il sogno americano abbiano alienato agli Stati Uniti negli ultimi quattro anni buona parte del patrimonio di simpatia di cui prima essi godevano.