Libia: Il Gioco delle Parti

202006.04
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A cura di Giuseppe Cucchi e Romano Prodi
Presidente Emerito TAB – Former President della Commissione Europea

Nelle scelte connesse alla politica internazionale , specie in quelle che riguardano la sicurezza del nostro paese , sbagliare è molto facile mentre risulta invece molto difficile riconoscere con franchezza i propri errori allorché è arrivato il momento in cui è divenuto indispensabile farlo per non andare incontro a guai maggiori . Ancora più difficile poi è cercare di porre adeguato rimedio alle nostre scelte sbagliate  , e questo sempre che un rimedio esista e che sia in effetti possibile mutare in corsa le nostre scelte evitando però di essere travolti dal crollo di quanto avevamo sino a quel momento sostenuto.

In Libia , sin dal momento in cui si è delineato il contrasto fra le due fazioni che ora si combattono alla periferia di Tripoli , noi abbiamo tragicamente sbagliato la nostra scelta schierandoci con il Premier Serraj.

Una scelta , in ogni caso , che non era priva di scusanti. In primo luogo l’ONU considerava il Governo di Tripoli come quello legittimo e per noi schierarsi sempre dalla parte delle Nazioni Unite è in pratica divenuto un dogma da rispettare rigidamente anche quando alcuni aspetti della decisione appaiono sin dall’inizio in possibile contrasto con il nostro interesse nazionale.

Inoltre essere dalla parte della cosiddetta legalità internazionale ci faceva sperare , unitamente ad altri fattori , di poter esercitare un ruolo guida nella gestione della vicenda  che fosse sostanziale e non soltanto formale e venisse riconosciuto come tale da tutti gli interessati , diretti od indiretti che essi fossero.

Poi , almeno per un certo periodo , vi è stata l’illusione che il nostro schieramento potesse favorire gli interessi dell’ENI , almeno in teoria in contrasto con una Total che avrebbe beneficiato dell’ appoggio francese al Generale Haftar.

Infine – ma forse questa era in realtà la maggiore delle nostre preoccupazioni! – l’appoggio a Serraj ci avrebbe consentito un miglior controllo dei flussi di migranti illegali , in grande maggioranza in partenza dalla Tripolitania e non dalla Cirenaica . Come conclusione dopo alcuni anni di pressoché costante sostegno a Tripoli noi ci ritroviamo ora ad affrontare una situazione in cui , dopo esserci completamente screditati sul piano internazionale riuscendo a produrre soltanto iniziative  diplomatiche tanto ambiziose quanto inutili , ci ritroviamo di fronte un conflitto in cui sempre più numerosi , intrusivi ed esigenti appaiono i protagonisti indiretti .

Nel frattempo la scena libica , un tempo anarchica tavolozza di milizie locali , religiose e tribali , ha finito col trasformarsi in uno dei maggiori teatri dello scontro in atto per acquisire la leadership del fronte islamico sunnita.

Con gli avvenimenti degli ultimi mesi oltretutto è divenuto chiaro che non è più tra Serraj ed Haftar – entrambi ridotti a figuranti di un tragico teatro dei pupi – che occorre scegliere , bensì tra due schieramenti ben più ampi ed articolati che si stanno affrontando ora alle porte di Tripoli muovendosi entrambi con estrema spregiudicatezza e strategie ben chiare e definite.

A complicare ulteriormente le cose , e non soltanto per noi ma per l’intera Unione Europea , vi è poi il fatto che mentre uno dei maggiori contendenti , la Turchia , è un amico/nemico con cui condividiamo l’appartenenza alla NATO e decenni di strada politica comune , chi gli si contrappone , la Russia , è invece un nemico/amico con cui non abbiamo mai diviso il pane ma che molti di noi , se non altro per questioni energetiche , amerebbero veder sedere quanto prima possibile alla nostra tavola . Benché le cose stiano a questo punto , e benché Tripoli assediata possa cadere in ogni momento , noi italiani  continuiamo comunque a rimanere pressoché immobili , concentrandoci soltanto in infruttuosi pourparler sulla ricostituzione di una forza navale europea che – se e quando inviata in loco, il che non è affatto sicuro – avrà regole di ingaggio tanto tortuose da renderla ai fini pratici del tutto inefficace.

Non ci rendiamo nemmeno conto di come , sotto egida Turca e Qatarina , in ciò che resta della Tripolitania del nostro protetto Serraj stia installandosi la Fratellanza Islamica , una associazione che ha anche una ala politica ma che mantiene al contempo  , sia pure in sordina ,  una caratterizzazione terroristica da movimento islamico fondamentalista.

Pronto , tra l’altro , ad utilizzare ed a mostrare l’una faccia o l’altra , a seconda di opportunità e circostanze.

In prospettiva poi , se questa presenza dovesse realmente prendere piede l’insediamento a Tripoli potrebbe rivelarsi per i Fratelli un trampolino di lancio per destabilizzare , in rapida successione , un intero Magreb già travagliato da acuti problemi di instabilità politica tanto in Tunisia quanto in Algeria.

È ancora logico , è ancora nel nostro interesse per noi continuare a sostenere in queste condizioni il Governo Serraj , quindi la presenza turco/qatarina e dunque l’avanzata della Fratellanza Islamica ?

Da chiedersi , perlomeno da chiedersi , se non sia invece il caso di scegliere quello che si prospetta come il male minore e schierarci anche noi dall’altra parte .

Si , si tratterebbe di allinearci con la Russia ….ma non lo fanno a volte anche gli Stati Uniti?

Sarebbe anche necessario effettuare un cambio di fronte ma per una volta nella nostra storia potremmo farlo correttamente , parlando duro e franco sin dall’inizio e precisando senza remore come azioni in altre contingenze discutibili diventino indispensabili allorché è chiaramente in gioco l’interesse nazionale.


* Contributo pubblicato su  EastWest nel Giugno del 2020. Qui riportato integralmente su gentile concessione dell’autore.