Il Contesto Strategico “ à vol d’oiseau “, Un Mondo Effervescente

202004.22
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A cura di Mario Rino Me , Ammiraglio di Squadra 


In mundo nostri temporis qaestionibus magni ponderis subiecto. (Benedictus XVI)



 

Sulla tela di fondo di un mondo attraversato da conflitti e lacerato da forti tensioni, si inizia a delineare un periodo di logorio Occidentale. Di fatto, a una Unione Europea indebolita al suo interno da scetticismo e sintomi degli egoismi nazionali, fanno da riscontro, dopo una terna di maldestri interventi in territori mussulmani, l’appannamento della rilevanza dell’Occidente e l’autorevolezza planetaria del campione d’Oltreoceano. In questo quadro a tinte fosche le Sponde dell’Atlantico appaiono più che mai divise.

In effetti, i moti spontanei della Primavera Araba iniziata nel dic. 2010, dopo le ricadute del controverso intervento “umanitario” in Libia (primavera 2011) sono stati rapidamente scippati da partiti a sfondo religioso ben strutturati e induriti dalle repressioni dei vecchi rais. Dopo la loro la caduta dei rais, la traiettoria delle rivoluzioni evolve con una tendenza all’esercizio del potere in forme “forti” che non ammettono il dissenso.  All’atto pratico, la prima ondata di shock è via via evoluta in un marasma punteggiato da guerre complicate, che presentano sia aspetti rientranti nelle guerre civili, sia confessionali di supremazia in un caleidoscopio forme di condotta e di attori. Ogni Stato, una volta acquisito il suo assetto istituzionale, ha seguito la propria strada, dando origine a una gamma di situazioni locali.

Giocando sulle assonanze, le forme di governamento spaziano da un estremo dello sconvolgimento radicale (ISIS) alla restaurazione egiziana, incarnata dal Presidente al SISI), con in mezzo dei modelli accettabili, anche se con inevitabili alti e bassi, come in Tunisia. Dal punto di vista geopolitico, si è poi riscontrato un altro effetto collaterale che è stato anche definito “il Risveglio Arabo “, che nato negli anni 30 come movimento anti-occidentale, nella sua riedizione ha riacceso il pluri-secolare conflitto confessionale tra Arabia Saudita e Iran. Nei sommovimenti, la potenziale instabilità dei cosiddetti archi delle crisi del nostro vicinato del Mediterraneo Allargato, ha vissuto fasi escalatorie dall’Afghanistan all’Africa Occidentale attraversando la fascia del Sahel che raggruppa paesi delle linee confinarie tracciate sulla sabbia del deserto del Sahara, il Levante fino al Medioriente. Ha raggiunto l’apice all’interno dei vertici di un triangolo che racchiude tre spazi geopolitici affetti da guerre insensate: in Libia, Siria e quella dimenticata, ma non per questo meno furiosa, in Yemen. Il ribilanciamento della presenza strategica USA si è pio fatto sentire con un vuoto, in specie da scacchieri considerati critici, come le aree calde del Medio ed Estremo Oriente, e per questo dibattuti nell’ambito della stessa Amministrazione Obama (linea politica del rebalance verso il Pacifico) e Trump (linea indo-Pac).

In questa dinamica, Libia e Siria sono divenuti casi emblematici del nostro tempo. Nella fattispecie, la Libia ci fornisce un esempio della riedizione delle politiche di potenza di questo tempo. In precedenza, nel 2011 un duo iperattivo dal glorioso passato coloniale, cavalcando l’onda delle primavere arabe, trascina l’Occidente nel terzo intervento contro un paese musulmano, nonostante l’opposizione dell’Unione Africana, che proprio del “soluzioni africane per problemi africani “ aveva fatto il suo motto e l’agenda politica. Sin da principio appare evidente che l’obiettivo politico dell’intervento del duo Sarkozy-Cameron, ovviamente non dichiarato, si configura nel cambio di governo e nel riequilibrio territori/zone di influenza (viste dai propositori anglofrancese come sbilanciate a favore verso l’Italia). In fase esecutiva, l’azione militare privilegia la distruzione delle forze militari su cui si regge il regime, ma il prezzo da pagare senza una adeguata fase di stabilizzazione diventa molto alto al punto di far sfumare il riassetto politico auspicato. In un mondo in cui la realtà supera la fantasia, la Libia è quindi l’ultimo dei tasselli di una serie di interventi “umanitari” del dopo-guerra Fredda, che, a differenza di precedenti di fine secolo (in nome di un generico diritto di intervenire, come in Cossovo nel 99), è stato autorizzato dalle Nazioni Unite nell’ambito della Risoluzione 1973, adottata il 17 marzo 2011.

In questo quadro d’intervento, il caso Libico si presentava dunque come test sperimentale del predetto principio onusiano della Responsabilità di Proteggere, tuttavia, la distorsione del mandato nella fase attuativa (concretizzatasi nel solo risultato di regime change, e successivo vuoto di governamento e delle attività di stabilizzazione–ricostruzione del paese che si sarebbe dovuto assistere) ne ha determinato l’abbandono senza prova d’appello. In effetti. La dinamica dell’intervento, che non ha avuto coerenti seguiti operativi dopo l’uccisione del dittatore, ha lasciato un tragico vuoto governativo che ha precluso la funzione vitale della continuità del potere e dunque la formazione un embrione di governo capace di prendere decisioni urgenti per rimettere il paese in carreggiata. Nella guerra civile tra fazioni opposte, da una parte il Governo di Accordo Nazionale  (GNA) di Tripoli sostenuto dalle N.U., senza tuttavia capacità di imposizione sull’embargo delle armi, e, dall’altra, il Capo dell’Esercito Nazionale Libico sostenuto dal Parlamento di Tobruk, la situazione è peggiorata con le continue spallate del leader Cirenaico alla Capitale, proprio quando il governo di Tripoli sorretto dalle milizie- in particolare da quelle di Misurata, l’ultimo baluardo a opporsi- fino ad esserne ostaggio, mostrava i suoi limiti (governo della sola capitale).

Per altro verso, la prospettiva di successo del gen. Haftar, predelineava un paradosso che nelle parole del ‘ex Pres. del Consiglio R. Prodi suona più o meno così: si rischia de aver a che fare con un regime dittatoriale dopo aver mosso guerra per rimuoverne il precedente. I vari e infruttuosi tentativi di tregua, hanno messo in rilievo le difficoltà della ricerca di soluzioni politiche efficaci anche perché molti degli attori esterni, da una parte i padrini Egiziani-Emiratini-Sauditi e Francesi, e dall’altra Qatar e Turchia a sostegno dei Confratelli Mussulmani di Tripoli, ancorché favorevoli a parole alla via diplomatica, di fatto, hanno inviato aiuti militari. A complicare il decorso della guerra civile, sono via via sopraggiunti fattori esterni come le antiche relazioni tra Misurata e Turchia, e forme tradizionali di amicizia tra i Governi, come le manifestazioni di naval diplomacy delle visite di unità navali, che sono evolute verso il sostegno militare diretto. Infatti, nello stallo operativo e vuoto di potere politico, si sono allora introdotti di forza due attori esterni revanchards. Da una parte, la Turchia in ascesa al ruolo di Potenza Mediterranea, dall’altra, la Russia con sue milizie mercenarie. Non vi è dubbio che le complicazioni appena accennate rendano molto difficoltosa ogni soluzione politica, Questo caso, che come vedremo di seguito presenta varie repliche nelle zone di crisi violente, è assurto a una rilevanza tale che lo stesso Presidente B. Obama, riconoscendo di aver commesso “il peggior errore della mia presidenza”, non ha esitato a chiedere scusa.

E’ questa una ammissione, rimasta purtroppo isolata, che pone una riflessione approfondita sull’uso disinvolto della forza e sul mancato rispetto degli impegni presi nell’assise mondiale delle Nazioni Unite. Per completare il quadro, Sempre in terra Africana, a fine 2012, la Francia sulla base della risoluzione delle NU è intervenuta in Mali, già lacerato da un precedente colpo di Stato, per fronteggiare un movimento di liberazione del Nord del Paese (Azawad) e la minaccia degli islamisti. A causa dell’aumento di focolai, l’operazione multinazionale si allargherà a coprire l’intera a fascia del Sahel, storico crocevia dei traffici di ogni genere, nonché area difficile da controllare per via degli ampi spazi “non governati”, realtà etnografiche e della porosità dei confini, che pongono sfide insuperabili alle forze armate locali. Tuttora in corso è oramai divenuta la “guerra interminabile della Francia” (France’s forever War), che, come i precedenti interventi in Afganistan e Iraq, sono divenuti un vortice che fa consumare “tempo e denaro contro gruppi Islamisti mobili in un territorio difficile e sconosciuto, senza prospettive di uscita”. Impantanamento Francese e limitata attenzione Europea sono all’origine di importanti iniziative locali che hanno consentito di contenere il contenimento dei focolai di crisi in cui sguazzano gruppi vari jihadisti e Boko Aram intrecciati con espressioni della criminalità più o meno organizzata su traffici illeciti e/ migrazioni. Nonostante la presenza di varie missioni militari che cercano di coordinarsi, la francese Barkhane (contingente di circa 5.000 unità tra Chad e Mauritania), della Missione Statunitense di controterrorismo, frutto di intese bilaterali con i vari paesi dell’area, della forza congiunta di 5 paesi del Sahel (G5 Sahel) nonché della missione integrata multi-dimensionale onusiana MINUSMa, appare difficile prevederne la fine senza contributi decisivi.

Se il Mali rappresenta ancora il punto debole per le difficoltà della messa in opera processo di pacificazione sulla base dell’dell’accordo di Algeri del 2015, quest’ampio spazio è, per altro verso, nel mirino delle ambizioni strategiche di diversi attori esterni (tra cui Russia, Cina, Turchia) che iniziano ad affacciarsi in un’area già monopolio Francese.  Nel frattempo, è venuto meno sino a diventare una relic of the past, il ruolo in Africa post Brexit della Gran Bretagna, che ora, per rimanere Unita, dovrà vedersela con le pulsioni degli storici ex regni.

Con le ripercussioni della serie di maldestri interventi nel mondo Islamico, si è poi assistito all’ascesa di un’altra minaccia insidiosa: quella trascurata e sfuggita di mano, incarnata dai sostenitori della predetta ideologia apocalittica dell’estremismo religioso jihadista, installatosi in un contesto in subbuglio e che ha, via via, ampliato il suo raggio d’azione. Il 2014 si apre con la conquista di Falluja da parte dei membri agguerriti dell’auto-autoproclamato Stato Islamico del Levante e della Siria (ISIL), a seguire l’invasione russa della Crimea in primavera e, in rapida successione, l’insurrezione nell’Ucraina Orientale (Donbass). Sotto questa minaccia, per un po’ il rapprochement con la Russia tiene, tanto da a sortire nel 2015 l’importante Accordo Comprensivo. Nel contesto Strategico Mediorientale, cambiato radicalmente negli ultimi anni, il caso dello Stato Islamico (conosciuto come ISIS) è senza dubbio emblematico. Esso ha una genesi complessa attraverso varie manifestazioni dell’Islamismo politico estremista e violento fino al ricorso alla metodica del terrorismo. La rapidità di un successo di tali proporzioni, non potrebbe spiegarsi senza il lavoro sporco di Stati interessati, che vuoi per una legislazione permissiva, vuoi per doppiezze in vista di potenziali vantaggi operano alla combatti e finanza, nonché del supporto sia della popolazione, considerato una specie di conditio sine qua non.

Come sappiamo, quest’ultima è la chiave di volta nella dialettica Insurrezione-COIN, della ricostruzione (nation/State building) laddove i fronti opposti si contendono «i cuori e le anime» del Paese assistito. Ad ora l’ideologia ha dimostrato la sua resilienza nonostante la perdita del territorio d’origine e l’uccisione mirata dei capi dei movimenti terroristici simbolo Al Quaeda e ISIS da parte di forze Speciali USA (rispettivamente Osama Bin Laden nel 2011, e Abu Babkr Al-Baghdadi nel 2019).  Siamo dunque ben lungi dal poter dichiarare il fatidico “missione compiuta” in questo tormentato e frammentato quadrante mediorientale e in estremo Oriente, giacché intrecci e alleanze, vere o di convenienza, rendono il quadro alquanto complesso e difficile da districare. Data la forza del richiamo, numero dei paesi d’origine dei combattenti), dimensione numerica raggiunta dai combattenti e cellule dormienti che costituiranno l’ossatura delle future organizzazioni, patologie dei luoghi a rischio -a cominciare dagli odi confessionali ecc–, la scomparsa del Califfo e del cosiddetto Stato Islamico come entità Statuale, non implica infatti la fine delle sue forze di manovra, rappresentate dai reduci che hanno combattuto per esso in Siria e Iraq.. infatti molti esperti concordano sulla prospettiva che il fenomeno si ripresenti in svariati fronti e riconfigurato in forme di clandestinità di tipo insurrezionale, che si potrebbero sovrapporre agli atti isolati dei suoi elementi. Questi ultimi infatti, in tandem con individui, come i cosiddetti revenants (foreign fighters), seguendo un vecchio copione, continuano a combattere infliggendo colpi bassi contro bersagli simbolo come testimoniano le saltuarie manifestazioni qua e là nel globo, e in questo periodo (Marzo 2020) nella crescita delle attività terroristiche in Burkina Faso.

Non contenuta, anche la Guerra Civile in Siria ha avuto, inter alia, un effetto di spill over in Libano ravvivando tensioni latenti.  E’proprio da questo storicamente conteso luogo simbolico, porta del Sultano per il Medio-Oriente o finestra della Persia per il Mediterraneo, è iniziata l’internazionalizzazione del Conflitto. Di fatto, l’insurrezione armata e addestrata sotto copertura dagli USA (e armi fornite anche da Turchia, Qatar, Arabia Saudita) ha continuato per un po’ a fare causa comune con organizzazioni del fanatismo Islamista, (in contrasto con quanto richiesto dalla Russia e sollecitato dagli stessi USA). La Russia si inserisce di forza in questo ginepraio alla deus ex machina in soccorso del regime Assad per rimarcare il suo ruolo di attore globale, dopo il down-grading subito suo malgrado, proprio quando, superata la linea rossa dell’uso dell’arma chimica, il Pres. Obama non dà seguiti concreti alla propria minaccia. Che gli varrà il non piacevole appellativo di presidente “titubante”. Appare subito evidente che le varie mosse fatte dalla Russia nei vari focolai, sono indicatori di una strategia di rientro da protagonista in uno scenario, in cui la posta in gioco è rappresentata dal consolidamento della sua influenza sulla Regione Mediterranea, in cui si era già presente ai tempi della Guerra Fredda, nonché il ruolo globale di mediatore, credibile ed efficace. La spregiudicatezza Russa è seguita a ruota dalla metamorfosi “Ottomana” della Turchia del Presidente. Erdogan. Infatti, la crisi registra un punto di svolta con la formazione di un particolare e insolito formato (“Alleanza non Santa” nelle parole del citato J.M. Guéhenno), composta da Iran-Russia e Turchia, convocando le parti della lunga guerra civile in Siria, ad Astana, ha inteso presentarsi come foro ristretto in sostegno alla debole azione delle NU a Ginevra. E’ bene tener presente che questa intesa appare geo-politicamente fittizia e dunque fragile dal punto di vista strutturale anche perché il duo Russia Turchia, alleati in Siria dove la prima ha evitato, col suo intervento il collasso del regime, si trovano su versanti opposti in Libia. Ma anche in Siria non mancano gli attriti reciproci per incidenti negli, oramai, affollati spazi aerei dopo l’intervento turco nella parte liminaria Nord-Orientale in occasione dell’ennesimo tentativo siriano di reimpossessarsi della città di Aleppo. Ad ogni buon conto il matrimonio di interesse di livello apicale continua a tenere. Qualunque sia l’esito finale, questo stato delle cose è emblematico di una tendenza al cambiamento che va al di là del perimetro regionale, un po’ come se USA e UE avessero oramai perso la presa sulle questioni mediorientali.

In base a quanto sopra non possiamo a questo punto non rilevare che, a fronte di un’ampia letteratura in materia, i vari interventi maldestri in Stati lacerati da crisi acute ci confermano che le guerre intestine sostenute da entità esterne, in specie se Statuali,  sono difficili da combattere e vincere: la competizione alimenta l’instabilità, anche perché nel caso specifico, con il coinvolgimento di attori statuali, aumentano le possibilità di evasione dell’embargo delle armi. Senza poi trascurare i contraccolpi che inducono forti tensioni negli equilibri regionali, una volta ritenuti consolidati. Difatti, se da un lato gli interventi in paesi sconvolti da guerre intestine necessitano di adeguate risorse finanziarie, che peraltro, da sole, non garantiscono, come si vedrà, il successo, dall’altro, i vuoti, come accade nel mondo fisico, vengono riempiti da chi intende approfittarne. Resta poi il fatto che come detto sugli scopi della guerra, nobili motivazioni di protezione delle popolazioni da regimi odiosi che invece sottendono interessi sul dopo pro domo sua e per questo si forzano i relativi mandati, mal si conciliano con il carattere universale dei principi richiami; ancor più allorquando si opera con forze dimensionate esclusivamente per il conseguimento dei soli obiettivi di interesse senza pensare al dopo. In tutto questo bailamme del perdurare delle crisi in atto e della trasgressione delle regole, le varie forme di minaccia che bussano alle nostre porte sono divenute più pressanti e reali, tanto da mettere in penombra quella che era definita la madre di tutti i problemi, mai risolti del conflitto Israelo-Palestinese, poi derubricata a “oppio degli Arabi” durante le Primavere del 2011.

Quello che il Gen. De Gaulle avrebbe definito come il Grand Problème, sembra quindi destinato a una tormentata e risoluzione, nonostante il tentativo dell’amministrazione Trump giudicato da tutti sbilanciato verso Israele. Col ritiro degli USA dall’Accordo sul nucleare è riemerso poi il fattore -rischio Iran. A una UE che mette sull’avviso l’Iran per la trasgressione delle clausole dell’accordo, quest’ultimo ribatte che la trasgressione è la conseguenza del ritiro Usa, che, peraltro, dando un ulteriore giro di vite alle sanzioni complica ulteriormente il lavoro della diplomazia. Si ripropone poi quella categoria di interventi di natura “cautelativa” (preventive), già visti in Iraq e, di recente, riproposto, mutatis mutandis, anche in Yemen, questa volta da una potenza non-nucleare, l’Arabia Saudita, timorosa dell’ascesa dell’Iran e della sua influenza nella regione, che dopo una fase in cui rischiava di rimanerci anch’essa impantanata, come già successo in simili circostanze anche alle Grandi Potenze. Difatti sotto l’assillo del Coronavirus, dopo 5 anni di guerra dichiara, d’intesa con i suoi Alleati un cessa-fuoco unilaterale. Difficile raccapezzarsi in un contesto di mezze verità, falsità, propaganda e disinformazione. E proprio l’estrema prudenza e riluttanza occidentale a intervenire in Siria e a tornare in Libia, come sarebbe avvenuto qualche lustro prima, non trova altra spiegazione che il rischio di rimanere imbrigliati nelle linee di faglia mediorientali. Che ora è divenuto concreto, se non proprio la norma; ma al contempo, l’inazione alla “lasciare tempo al tempo”, non fato che peggiorare le cose. Non a caso, e come avvenuto durante la Prima Guerra Mondiale, questo stallo strategico è all’origine di un nuovo modello di intervento militare, basato sull’aiuto a forze locali-regionali con la minima impronta sul terreno dei famosi “scarponi”, ora più qualificati e assetti di pregio “abilitanti”, veri e propri “moltiplicatori di forza” dei novi ritrovati della tecnologia info-digitale.

Il vuoto di governamento ha offerto spazi di manovra e opportunità al progressivo ritorno in scena della Russia a suon di faits accomplis (Crimea) e, come detto, di coups de théâtre in Siria e Libia che hanno innescato una serie di attriti accompagnati da modifiche di natura geografica. Ne ha iniziato a dar prova la dialettica a distanza tra il Premier Russo D. Medvedev, che, riferendosi di recente al clima di tensione tra Russia e Stati Uniti nel 2016, ha parlato di “nuova Guerra Fredda”, mentre il politologo Ian Bremmer, ha ribattuto parlando, invece, di “pace rovente”. In definitiva, se non è zuppa è pan bagnato. Anche se, come ha sostenuto il Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg al termine del summit di Varsavia dello stesso anno “la Guerra Fredda è Storia e dovrebbe rimanere storia. Dovremmo continuare a mantenere un dialogo significativo e costruttivo con la Russia. E’ importante per ridurre i rischi”. Ma se questa è la mentalità dominante, con una Russia sempre più assertiva, e talvolta minacciosa per il fatto di aver riguadagnato spazi e influenza, è lecito domandarsi allora se la frequente condotta di esercitazioni militari Alleate in prossimità dei confini di quest’ultima, sia la soluzione opportuna per la ripresa del dialogo alla luce dei rischi di incidenti derivanti dalle difficoltà di interpretazione dei messaggi politici, non sempre intellegibili, della modulazione della clausewitziana scala delle operazioni.

Nello scenario mondiale infatti la fazione definita “revisionista”di Russia e Cina, risponde a modo suo con strategie in cui si contempla il ricorso a metodiche eccentriche di perseguimento degli obiettivi strategici. La Cina, favorita dal rango di seconda potenza economica globale, cerca, come da prassi storica consolidata, di adeguare il suo potenziale militare. Come a i tempi di Tucidide, l’ascesa della Cina e le sue politiche di espansione della profondità strategica a tutto campo, generano tensioni nell’area anche per le metodiche di accaparramento di spazi, come la cementificazione e militarizzazione di scogliere naturali contese nel Mar della Cina Meridionale, come nelle scogliere Paracels e Spratly. Non c’è da stupirsi se simili atti accompagnati da posture aggressive per i tentativi di imporre restrizioni alla tradizionale libertà di navigazione o attività del cluster marittimo, come ad esempio la pesca, suscitano apprensioni in Occidente e nei paesi rivieraschi. Al contempo essa promuove altresì l’influenza del suo potere soffice (“moltiplicazione di istituti confuciani che consente di mitigare le paure suscitate nelle altre dimensioni, sostegno economico finanziario come nel caso del Porto del Pireo in Grecia. ma anche posizioni difesa del sistema del libero mercato che l’ha favorita nella sua ascesa e lanciare grandi programmi come il Progetto Cinese di quella che è stata definita una riedizione in chiave moderna della Via della Seta, la cosiddetta One Belt one Road (OBOR) che restituisce centralità e pertinenza al Grande Mare.

Questa grande impresa dell’ordine dei 1300 Mld di dollari si sviluppa lungo le consuete direttrici di intervento su energia, acquisizione mercati e diaspora, con un’occhi di riguardo a strutture strategiche, come quelle portuali. Oltre ad aprire ulteriormente la Cina al suo continente e al mondo globalizzato, le potrebbe consentire (salvo effetti Coronavirus) di accreditarsi, grazie al peso della sua forza economica, come motore di sviluppo a tutto campo anche, ma non solo, delle economie emergenti (ritorno alle vecchie sfere di influenza?) nonché potenza globale, e ricolloca il vecchio Impero di Mezzo al centro del mondo. Ma non è tutto oro quel che riluce, giacchè dietro le offerte appare oramai chiaro che vi sono anche strings attached: nella ricerca di porti (basti pensare alla vicenda del Pireo) e aeroporti dove fissare l’impronta della propria presenza compaiono anche, assieme alla forza diplomatica.  quelle che vengono riconosciute come le “trappole del debito”. Sempre in quelle contrade, nel 2017 abbiamo assistito nel Mar del Giappone a un clima di tensione similare nella escalation della dialettica a suon di test missilistici e di armi nucleari da una parte e di dimostrazioni muscolari e sanzioni dall’altra. Questo clima ha portato alla ribalta i programmi di riarmo del Giappone e nel teatro Europeo alla messa in opera dello scudo antimissili balistici Alleato, che si era interrotta al termine della Guerra Fredda per non sbilanciare gli equilibri strategici.

Dunque, nel vuoto sistemico internazionale, accanto ai blitz da fait accompli e similia sembrano poi tornare in auge le guerre per procura, dove taluni attori esterni, anche per l’assenza di una potenza assertiva dello status quo, anziché contribuire a risolvere le crisi sigillando i confini, provvedono sottobanco ad armare le parti in causa, mostrando quindi di aver interesse a mantenerle attive. Come abbiamo visto negli ultimi anni, nei grandi vuoti di potere degli Stati falliti o deboli, che non durano a lungo, le milizie armate, siano esse locali o di volontari/paramilitari esterni, sono uno strumento da utilizzare, a seconda dei burattinai, per un cambio di regime o puntellamento  di uno stato precario, per poi dividerlo ad libitum: ma col passar del tempo il gioco può sfuggir di mano e diventare  sempre più difficile controllarle, come avviene ora in Libia o in Siria. Sullo sfondo di un incremento delle spese militari, lo studio del citato Sipri relativo al 2019 osserva che “Cina, Russia e gli Stati Uniti sfidano attivamente componenti dell’ordine globale dalla geografia politica di regioni chiave all’equilibrio di potere della finanza internazionale. Per riassumere, la deriva verso l’instabilità si materializza nelle continue tensioni tra la Russia e l’Occidente, la guerra commerciale tra USA e Cina, la lotta di potere tra l’Iran e l’Arabia Saudita che li contrappone assieme ai relativi sostenitori nei conflitti armati in Yemen e Siria”. Senza poi dimenticare ciò che avviene nel vecchio Fianco, ora Fronte Sud. Il ritiro USA da tutti gli scenari di interesse strategico Europeo presenta un duplice risvolto che ci riguarda da vicino. Esso evidenzia infatti una vistosa differenza di priorità dell’agenda internazionale delle due sponde dell’Atlantico, che rischia di sciogliere un vecchio legame, e, come conseguenza diretta di rendere marginale se non proprio superata dal tempo, la NATO. Una NATO, già uno degli strumenti della Grand Strategy USA, ora vista oltreoceano, in una riedizione della Guerra Fredda, come strumento di contenimento della Russia, come proposto poco più di 60 anni fa da G. Kennan, oggi funzionale nel riequilibrio a tre. Il che rende sempre più attuale l’esigenza di dar sostanza a una credibile autonomia strategica dell’Unione Europea, anche capacitiva, giacchè i recenti interventi si sono potuti eseguire solo col contributo determinante d’oltreoceano.

Prospettiva quest’ultima che, tuttavia, annaspa nel disincanto generale per una Unione in cui due paesi fondatori di rilievo del Nord, alla richiesta di porre in essere forme di solidarietà monetarie basate su una condivisione del rischio, hanno risposto picche, al punto che il loro rifiuto ha indignato una prestigiosa testata del più grande, che, per questo, si è guadagnato da una sua testata autorevole l’etichetta di “non solidale, gretto e vigliacco“. In questo quadro complicato e comprensivo della geopolitica degli aiuti a tutto campo, come una volta, non ci resta allora che appoggiarci al Grande Fratello d’Oltre-Oceano, sensibile a questi temi di equilibrio, per fare leverage sui riottosi e rigidi rigoristi. Non vi è dubbio in tema di soft power che il predetto abbia argomenti e proposte, che il duo, irrigiditosi nel totem dell’austerità a tutti i costi, non può rifiutare. Per ora, nel messaggio Pasquale del 2020 incentrato sui risvolti della Pandemia, il Santo Padre, augurando “il contagio della Speranza”, entra nel concreto invitando L’Unione Europea a fare scelte coraggiose per fronteggiare una “crisi epocale”, in quanto esse riguardano non il solo Continente ma il mondo intero. Nel suo “altissimo appello”, corredato dalla richiesta di una tregua globale a tutti i conflitti in corso, ha esortato a intraprendere la via della “solidarietà contro le rivalità e gli egoismi del passato”. In effetti, nell’anno bisesto 2020, si viene a sommare uno dei vari fattori della litania delle sfide, la pandemia manifestatasi ai primi del Secolo nelle forme della Sars, a furia di evocarla, si è ora riaffacciata, come detto, nella forma più subdola e virulenta del CoViD19, confermando la situazione paradossale evocata nel 2018 dal “visionario“ nonché filantropo  imprenditore Bill Gates, che già nel 2018 aveva sollecitato la leadership politica mondiale a “prepararsi alle pandemie seriamente come quando ci si prepara a una guerra”, sottolineando lo stato di impreparazione alla prima.

Per concludere, in absentia di un’Europa che non riesce a completare il processo politico di Unificazione di Politica e Difesa Comune -peraltro debole per aggregato e capacità si sostenimento nel tempo di Combat power ridotto all’osso-, e per questo esposta a rischi di subalternità, i tre Grandi del pianeta per potere militare (Occidente da una parte, Cina e Russia dall’altra) appaiono sempre più divisi da una diversa visione del mondo, nel senso che gli ultimi due sostengono una sorta di diritto di avvalersi nel relativo estero vicino di proprie sfere di influenza, ritenute invece superate dalle controparti occidentali. E non vi è dubbio che anche questa diversità di vedute e tensioni che, nella realtà sottende dispute materiali, su controllo/influenza su aree sensibili ovvero accesso a risorse strategiche, sia difficile da superare con l’attuale dialettica dai toni vicini a quelli della Guerra Fredda. Ma sul piano della grande scacchiera mondiale la trigonometria offre spazi di manovra con la ricerca di sponde nel polo più debole. A ben vedere, lo status della Russia contemporanea apparare associabile a quello della Cina del citato ping-pong Kissinger-Mao, che portò all’affievolimento dell’asse Mosca-Pechino. Ma in quella che potremo definire la nuova equazione della sicurezza, l’esigenza di iniziare a considerare una conviventia con la vicina Russia appare ineludibile. Ma non solo, nel secondo dopo-guerra l’Asse con la Francia desiderosa di bilanciare la componente Anglo-Sassone, portò all’ingresso dell’Italia nella NATO; oggi, nella dialettica sugli strumenti per la ricostruzione post-pandemica  vis à vis  la nuova edizione  del Great Game mondiale di cui la geopolitica degli aiuti evocata in precedenza costituisce uno degli aspetti, oltre all’opera  della Sorella Latina, si potrebbe considerare, il nostro desueto outreach verso l’Alleato Oltreoceano, il cui peso specifico non faticherà a proporre vie e modi, che i riottosi e rigidi Alleati del Nord, non possono rifiutare. Si tratta in breve di rivalorizzare il ruolo connaturale, in gergo calcistico di battitore libero, ampiamente utilizzato e con buoni risultati ai tempi della vecchia Democrazia Cristiana, in modo da ravvivare quel mondo conosciuto, che, altrimenti rischia di tramontare. Dopo tutto, nell’agone europeo non sempre è stato possibile inserirsi nelle attività di valore aggiunto del duopolio franco-tedesco per cui si è optato per le soluzioni più remunerative oltre-Oceano. Ora però il motore non è quello di una volta e la Francia ha riscoperto la sua componente Mediterranea. E l’idea della solidarietà, tanto evocata, ma mai messa in pratica, è un derivato della fraternité, la bandiera del Continente dall’Atlantico agli Urali. Non si può a questo punto tener a mente il detto del Gen. D. Eisenhower: “un popolo che colloca i propri privilegi al di sopra dei suoi principi, presto perderà entrambi”.

In definitiva, al multilateralismo che aveva assicurato un lungo periodo di assenza di guerra tra potenze, è subentrato uno stato di crisi profonda proprio quando se ne avverte l’estremo bisogno sia per la gestione sia delle situazioni conflittuali che insanguinano il pianeta, che dei beni comuni dell’umanità dalla massa liquida marina agli spazi eso-atmosferici della cibernetica. Gli innumerevoli e infruttuosi tentativi di cessate il fuoco in Siria, e in Libia.  I fatti appena detti per sommi capi ci dimostrano che senza governo mondiale la ricerca della pace si dimostra un lavoro incompiuto, o se si vuole una sorta di missione impossibile. Peraltro, la complessità e diversità di situazioni rende difficile un approccio globale delle crisi e dei conflitti che, affrontate tardivamente o impropriamente, non evolvono verso scenari di pace. E queste nuove realtà con cui le Democrazie Occidentali avranno a che fare richiedono, un modo di relazionarsi basato su un bilanciamento tra principi e valori di cui sono portatrici ma anche pragmatismo. Anche questo è dunque un auspicio. Appare sempre più chiaro ed evidente che la pace viene con la sicurezza e il buon governo, che richiedono la fiducia tra le parti, e non con le sole e interminabili negoziazioni e che le proposte che invocano, come una litania, soluzioni politiche devono essere sostenute dalla credibilità di far ricorso alle maniere forti. In questo quadro, la lista degli scenari da monitorare è densa di tematiche di peso. Ogni previsione ha messo in evidenza i limiti degli assunti con cui sono state elaborate. C’è però una mezza certezza, vale a dire che il fenomeno della globalizzazione su cui si è tanto disquisito, anche di fronte agli sconvolgimenti da una pandemia da virus, sarà quanto meno rivisto alla luce di una profonda riflessione strategica.