Un Giovane Chirurgo “Lost in Translation” in Giappone

201910.31
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A cura di Alessandro Piperno
Socio TAB

L’impatto è forte.

Non riguardo la fisionomia delle persone, le scritte sui cartelli o tantomeno il clima: ma parlo di rispetto per l’uomo. Facciamo un passo indietro.

Mi trovo in Giappone per lavoro. Sono un giovane Chirurgo e mi trovo ad Hiroshima per imparare un’innovativa tecnica chirurgica. Grazie al mio Primario, la Dr.ssa Alessia Pagnotta, che crede in me ed alla enorme disponibilità di uno maggiori esperti mondiali di Microchirurgia, ho avuto l’opportunità di venire nella terra del Sol Levante per un’esperienza lavorativa unica.

È la mia prima volta in estremo Oriente: il viaggio è lungo, ma a giudicare dalle differenze con la mia nazione, 18 ore di viaggio e 7 ore di fuso orario, sono niente.

Infatti, non appena ho iniziato a respirare “aria nipponica” non ho potuto fare a meno di percepire una perfetta fusione tra progresso tecnologico e forte rispetto delle tradizioni.

La tecnologia permea ogni momento del quotidiano di un giapponese: si vede che questo tipo di progresso viaggia a un’altra velocità (e con un discreto vantaggio), rispetto al vecchio continente. Questo non si rispecchia solo nei teenagers con lo sguardo fisso sullo smartphone (triste usanza ottimamente assimilata anche in Europa), ma nella semplificazione della vita delle persone: la tecnologia al servizio dell’uomo.

In questo contesto iper-tecnologico, però, si respira un forte legame alle tradizioni ed ai luoghi, che testimoniano una storia lunga e, talvolta, triste.

Hiroshima, è una piccola città (circa 1 milione di abitanti) ricca di splendidi luoghi: i giardini Shukkei-en (splendido esempio di architettura paesaggistica giapponese) , numerosi musei di arte giapponese e dal resto del mondo, colline con vedute della città dall’alto; ma ciò per cui è conosciuta in tutto il mondo, purtroppo, è un avvenimento atroce.

La storia è nota, ma quello che si può capire solo stando qui, è la dignità di questo popolo.

Il ricordo di quanto accaduto nella Seconda Guerra Mondiale è vivo, come appaiono troppo recenti le testimonianze visive di quello che la bomba ha provocato: morti, devastazione, malattie, una città in ginocchio. Ciò che stupisce, è il modo nel quale i Giapponesi vivono il ricordo di quello che è stato. Non c’è vittimismo, non c’è pietà, non c’è paura: ma voglia di risollevarsi.

L’effetto distruttivo che la bomba ha avuto sulla città e nella mente di chi l’ha vissuta, avrebbe cancellato molte popolazioni: ma non questa. Nelle foto dei giorni successivi l’esplosione si percepisce il rigore e la serietà con i quali, la parte di popolazione sopravvissuta, organizzava i soccorsi: medici, infermieri e civili che collaboravano per risollevare un luogo distrutto nella terra e nell’anima.

Questo mi ha colpito davvero. Il profondo rispetto che questo popolo ha di se stesso.

Ho vissuto un anno della mia vita negli Stati Uniti d’America e mi colpiva come le regole fossero rispettate e le sanzioni inflitte “whatever it takes”; ma qui è diverso. E’ come se le leggi non siano rispettate per il timore della sanzione certa che ne determinerebbe la trasgressione: ma sono rispettate perchè è giusto.

E’ giusto rispettare il prossimo (paziente, cliente o vicino di posto sull’autobus, che sia), è giusto rispettare il luogo dove vivi, dove mangi, o che visiti da turista, o semplicemente il mezzo pubblico che ti porta a lavoro; è giusto rispettare chi lavora con te, o per te.

Questo, visto da fuori, potrebbe manifestarsi inizialmente con la percezione di distacco e la non volontà di condividere; ma entrando in un’altra ottica, si capisce quanto rispetto ci sia in questo atteggiamento “distaccato”.

L’altra faccia della medaglia, è l’individualismo che caratterizza le persone.

Questo rispetto per il prossimo, ostacola l’interazione tra persone, che è molto formale ma poco spontanea e calorosa. Si capisce dalla presenza di numerosi tavoli da una persona nei fast food, nella difficoltà di “attaccare bottone” con il vicino di posto nella caffetteria, o nella fila di attesa per un autobus.

E’ difficile accorgersene fino a quando non ti viene tolto, ma stando qui, intendi quanto quelle piccole frasi apparentemente inutili tra estranei, abbiano un forte impatto emotivo, facendoci sentire “a casa” anche quando non lo siamo. Chiunque abbia avuto l’opportunità di passare del tempo in nazioni come l’Irlanda, comprende perfettamente cosa intendo: estranei che ti salutano con un sorriso quando li incroci, o ti chiedono “where are you from?” quando ti siedi vicino a loro in un pub, con la reale possibilità di finire la serata a cantare canzoni in gaelico (senza ovviamente conoscerne una sillaba).

Questo è del tutto assente.

Qui le persone sono educate, composte (nel muoversi e nel parlare), rigorose verso loro stessi e gli altri ed estremamente disponibili, ma poco calorose. Non è mia intenzione capire cosa sia meglio (ammesso che il “meglio” esista), ma solo descrivere il forte impatto che si ha (o almeno ho avuto io), nel passare del tempo a contatto con questo popolo unico.

Professionalmente parlando, questa esperienza è indescrivibile.

Il Sistema Sanitario è simile al nostro (senza entrare nei dettagli) ma, ovviamente, molto più efficiente. I due Ospedali nei quali ho lavorato (uno Universitario e l’altro no) sono particolarmente attrezzati: molto personale, infrastrutture ben tenute, macchinari avanzati. Il personale sanitario percepisce uno stipendio più che soddisfacente (non faccio tristi paragoni con l’Italia), a fronte di un orario di lavoro simile al nostro. Si avverte che l’economia giapponese viva un momento positivo, ma allo stesso tempo è evidente come queste risorse economiche siano ottimamente reinvestite.

Tutto questo si traduce in una performance lavorativa di tutto il personale, ai massimi livelli; d’altronde non ci vuole una mente particolarmente illuminata per capire che:


Strutture ben tenute ed organizzate

+

Personale motivato (professionalmente ed economicamente)

=

Massima resa

Lavorare qui è bello: nel mio caso ancora di più.

Come dicevo, sono venuto per imparare una tecnica chirurgica innovativa per il trattamento di una patologia che affligge centinaia di migliaia di Italiani: il Linfedema.

Questa condizione affligge la maggior parte delle persone che hanno subito l’asportazione di linfonodi unitamente l’escissione di alcuni tipi di tumore (tumore mammario, ad esempio), oltre a verificarsi in seguito ad altre patologie o congenitamente. Il Linfedema può manifestarsi a uno o più arti e determina gonfiore, aumento della circonferenza degli arti colpiti, forte dolore, senso di peso e rigidità.

Fino a pochi anni fa, non esisteva cura per questa malattia, ma solo rimedi palliativi: la tecnica chirurgia di Super-Microchirurgia che sono venuto ad imparare, migliora sensibilmente i sintomi ed, in alcuni casi, li fa regredire.

All’Ospedale Universitario di Hiroshima, lavora uno dei maggiori esperti mondiali nella cura di questa patologia, il Prof. Isao Koshima ed io ho avuto il privilegio di lavorare (ed imparare) al suo fianco. Un persona alla mano: simpatico e semplice, ma allo stesso tempo preciso e professionalmente esigente. Passare tutto il giorno al suo fianco, fa capire che non ti devi mai sentire troppo soddisfatto di quello che sai fare o di come lo sai fare; ma anzi, che devi sempre alimentare la sete di conoscenza, la curiosità scientifica e la ricerca del miglioramento nella tecnica chirurgica, perchè solo così facendo, puoi raggiungere ottimi risultati.

Probabilmente, questa mia breve analisi sull’esperienza nipponica è influenzata dall’entusiasmo che provo per avere avuto questa possibilità, ma spero che sia di aiuto a chiunque abbia voglia di approcciarsi (professionalmente, umanamente o economicamente) a questa realtà.