Lontani dal miracolo: appunti dalla Russia profonda

201904.25
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A cura di Clementina Carta*
Ricercatrice TAB / Desk Russia –

Scena dal villaggio di Yangutum, in Siberia. Foto di Alexander Aksakov/Getty Images.

L’immagine comune della Russia si limita a Mosca e San Pietroburgo. A qualcuno suoneranno forse familiari Novosibirsk o il giacimento di Jamal, ma il resto del paese, con tutto ciò che non riguarda gli idrocarburi, rimane un mistero. Per questo, per capire la realtà quotidiana occorre andare fuori dalle metropoli. Occorre guardare verso una terra sconosciuta, dove Vladimir Putin e il “miracolo russo” sembrerebbero ben lungi dall’essere arrivati.

Chiunque sia andato ultimamente a Mosca è rimasto a bocca aperta dinnanzi alla modernità, all’agiatezza e all’enorme cambiamento avvenuto negli ultimi 15 anni. Lo sviluppo economico e sociale nelle due metropoli ha quasi dell’incredibile se si pensa alla situazione pericolosamente instabile all’inizio degli anni Novanta, quando la nazione ha sfiorato il tracollo finanziario. “La Russia è cambiata”, affermano in molti.

Ma la Russia non si ferma di certo a Mosca. Sebbene lo Stato abbia fatto un salto di qualità tecnologico, l’economia russa rimane stagnante, per non dire in recessione. Oltre la città d’oro della capitale, oltre le mura del Cremlino, i grandi centri commerciali, le grandi marche e gli sfarzi dei miliardari, c’è dell’altro, un mondo immenso di cui nessuno parla perché sconveniente, sia per un russo sia per uno straniero. È il mondo della gente comune, dei pensionati, degli invalidi. Un colonnello russo in pensione, dopo aver trascorso quarant’anni in servizio per il proprio paese, riceve circa 180 euro mensili. Come molti anziani, medici, insegnanti, commercianti, anche gli alti ranghi militari sono costretti a vivere in ciò che un tempo si chiamava kommunalka. Ovvero, la condivisione di un appartamento con altre persone, il più delle volte sconosciute. Tale modus vivendi è tornato attuale per mera necessità, per sopravvivenza, dovuta a una pessima ripartizione della ricchezza all’interno del paese.

Entrare in queste realtà lascia sconcertati, si percepisce un sapore agrodolce di melanconia, tipicamente russa. Sebbene lo squallore delle abitazioni sia accentuato dalla sporcizia della cucina, dal piano cottura incrostato, dal microonde rotto sistemato misteriosamente in salotto e da una quantità inimmaginabile di ciarpame, ricordi di una vita sparsi ovunque, la bellezza della nostalgia riaffiora proprio in questa semplice rusticità. Il freddo, in molti appartamenti, viene combattuto come si può. Chi è stato invitato per un tè da una famiglia russa si sarà forse chiesto per quale astruso motivo il muro, abitualmente del soggiorno, sia coperto da un enorme tappeto. La risposta è l’isolamento termico. Il tappeto riveste con uno spesso e caldo strato la parete che, data la sottigliezza dello scarso materiale con il quale è stata costruita, lascia passare il gelo invernale. Inoltre, è facile trovare gli inquilini con indosso cappotto, spessi calzini di lana e foulard sul capo, persino tra le mura domestiche.

Gli anziani raramente rimangono senza far niente, per la necessità di arrotondare come possono la pensione miserrima. La bassa prospettiva di vita, che si aggirava per gli uomini intorno ai 55-60 anni per via dell’abuso di alcol, si è leggermente alzata negli ultimi tempi e potrebbe nel prossimo futuro superare la soglia dei 70 anni. È facile quindi incontrare per le strade della provincia russa numerosi anziani intenti a vendere qualche paccottiglia su una bancarella da marciapiede, come vecchi libri usati, tazzine, cucchiaini, filo per cucire e bottoni. I colbacchi caldi fanno capolino alle casse di vecchi chioschi traballanti alle fermate degli autobus, dove si possono acquistare biglietti della lotteria, birra in lattina, vodka, pupazzi per i bambini o caramelle. Per le strade, le babuški, come vengono chiamate le signore di una certa età (letteralmente: “nonne”), espongono su una cassetta rovesciata i prodotti del loro orto, i più tipici sono i cetriolini, aglio, prezzemolo, fiori oppure cappellini, calze e bamboline lavorate a mano. Con le pensioni così basse, non ci si può fermare mai, prendere fiato è un lusso, raramente ci si sofferma a pensare all’ingiustizia della vita, per quanto naturalmente ne siano tutti consci. Più si fa, meno si pensa.

Gli appartamenti dalle pareti scrostate, ammuffite, odoranti di vita e di anni, sono tappezzati anche di fotografie dei parenti e dei nipoti. Piccoli cittadini russi che frequentano la scuola in un qualche villaggio di provincia e che, talvolta, per raggiungerla, devono percorrere chilometri al gelo a causa dei mezzi di trasporto desueti, precari, che spesso, proprio per via del freddo, si rompono. In alcune zone della Federazione le infrastrutture scolastiche presentano enormi svantaggi, come la mancanza dei sanitari. I ragazzi per andare in bagno devono uscire in cortile, anche con 20 gradi sotto zero, ed entrare in una cabina di legno dotata di fossa da svuotare con una certa regolarità. Ovviamente, siccome nessuno vuole essere il fortunato incaricato dell’onere, spesso questi servizi sono praticamente inagibili.

A scuola, come in qualsiasi altra istituzione, è quasi impossibile trovare installazioni che agevolino gli invalidi. La Russia non è un paese per invalidi. Il tabù è rimasto dal comunismo. Come disse un funzionario sovietico nel 1980, quando il comitato paralimpico internazionale gli chiese se fosse possibile per l’Unione Sovietica ospitare le Paralimpiadi: “Non ci sono invalidi nell’Urss”. L’utopia di una società perfetta, dove la disabilità e l’invalidità sono viste come una debolezza, come parassitismo e come rallentamento produttivo, è ancora per certi versi radicata, nonostante l’ex presidente Medvedev, nel 2012, abbia firmato la convenzione delle Nazioni Unite per i diritti delle persone con disabilità.

L’adesione alla convenzione ha cambiato poche cose. Ancora oggi, negli ospedali, alla nascita di un bambino con problemi di salute fisica o mentale, vi è la possibilità di abbandonarlo o di internarlo. Gli abbandoni di neonati invalidi o affetti da malattie rare avvengono regolarmente, non per spregevole crudeltà, ma per disperazione, dato che il paese offre pochissime possibilità a chi nasce in queste condizioni. Chi è invalido non ha la possibilità di frequentare una scuola e vive spesso da recluso in casa o in istituti dove capita diventino vittime di abusi, violenza e negligenza sanitaria da parte del personale. Si trasforma in un fantasma, in un invisibile, in un dimenticato, come se non fosse mai venuto al mondo. La previdenza sociale ha un ruolo minimo nella vita russa e non aiuta né sostiene le persone con disabilità. Questa mancanza di supporto incrementa il tabù delle malattie mentali e delle paraplegie, creando un enorme vuoto intorno alle persone considerate “anormali”.

Ciò avviene anche per gli invalidi di guerra, coloro che hanno combattuto per il proprio paese durante la seconda guerra mondiale, in Afghanistan, in Cecenia o in altre missioni. Non ci sono pensioni, sovvenzioni o aiuti per sostenere chi ha perso l’uso delle gambe al fronte o chi ha subito psicopatologie di guerra. Questo mondo parallelo al lusso tipicamente russo, pacchiano e ostentatore, si materializza a pochi chilometri dalla capitale. Non è necessario intraprendere un viaggio con la Transiberiana per vedere la realtà descritta poc’anzi. Mosca stessa è una città non adeguata a chi soffre di handicap motori e celebrali e le stesse identiche sorti di chi vive in provincia capitano a chi risiede nella capitale.

Dalla caduta del comunismo, il divario sociale ed economico è mai stato colmato, sebbene ci sia stato un barlume di speranza intorno al 2005, quando sembrava affacciarsi una classe media che si pensava avrebbe favorito il sollevamento delle fasce meno agiate contribuendo a rimpolpare le pensioni. Purtroppo le piccole imprese nate dai primi timidi imprenditori sono state inglobate dalle grandi società russe – Gazprom, Lukoil o le più importanti società di assicurazioni – spezzando le gambe a chi ha tentato di creare la piccola-media impresa.

Lo scandalo delle tangenti in cui è stato coinvolto l’ex presidente Dmitrij Medvedev, assieme ad altri esponenti del partito Russia Unita, e l’altissimo tasso di corruzione nelle istituzioni pubbliche incrementano un profondo e angosciante malcontento sociale. L’opposizione ha provato a prendere la palla al balzo, in particolare con Aleksej Naval’nyj, che però viene regolarmente arrestato dalle autorità per minarne la capacità di ergersi a concreta alternativa politica. L’ondata di proteste scoppiata nel 2011 e che si sono susseguite sino a pochi mesi prima della rielezione di Putin nel 2018 è nate proprio da questa realtà muta, di cui nessuno parla e di cui nessuno vuol sentir parlare. Le tasse pagate dai cittadini russi, seppur più basse di quelle italiane, non si riflettono in nessun servizio pensionistico o di welfare, lasciando buona parte della popolazione in balia della sorte.

Nonostante la Russia abbia compiuto passi da gigante nel progresso tecnologico, militare, informatico ed energetico, per poter vantare il titolo di superpotenza dovrebbe prima di tutto rimettere in discussione la sua politica interna. Oltre, ovviamente, alla risaputa stretta autoritaria sulla stampa e sulla libertà di parola, è fondamentale trovare una soluzione alla precarietà per i 20 milioni di russi che vivono sotto la soglia della povertà. La difficoltà per la popolazione di sostentarsi sta nella sua stessa distribuzione, essendo sparpagliata su un territorio che conta 11 fusi orari e nel quale ogni regione, ogni repubblica ha la propria tradizione, la propria cultura e la propria piccola realtà economica, che sia la pesca, l’agricoltura o la pastorizia. Può essere complicato riuscire ad abbracciare le necessità di tutte le comunità, senza togliere all’una per dare all’altra.

Certo, la lotta contro il terrorismo e contro la concentrazione del potere economico nelle mani degli oligarchi è stata preziosa per raggiungere obiettivi primari di quiete e di sicurezza più o meno stabile. Tuttavia, è rimasto in sospeso l’aspetto umano, la dignità di chi ha sempre lavorato, di chi ha subito il trauma psicologico di un cambiamento di regime dall’oggi al domani, adattandosi a condizioni di vita diverse, precarie, dove lo Stato non è più una garanzia di sopravvivenza. Bisognerebbe inoltre inglobare nella società russa i cittadini invalidi, facendoli sentire parte della nazione e non fantasmi dimenticati.

Naturalmente, per perseguire a tutti gli effetti un miglioramento etico e delle condizioni umane sono necessarie finanze solide. Ma dove ricavarle in un paese nel quale la corruzione è triplicata nel solo 2017 e il denaro per i servizi spesso sparisce misteriosamente?


*  Articolo pubblicato su Limesonline il 23 aprile 2019
Qui riportato integralmente su gentile concessione dell’autore.