Venezuela: Cronaca di una Fine Annunciata, Forse.

201902.14
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A cura di Gianluca Pastore
Ricercatore TAB

Uno dei paradossi della società attuale è che nonostante la pervasività dei social media e dei mass media tradizionali, che ci informano minuto per minuto su tutto quello che avviene nel mondo, le notizie che arrivano al grande pubblico dipendono ancora da come vengono presentate dal sistema mass mediatico.

A mio avviso, uno dei casi simbolo di questo fenomeno è il Venezuela.

Giornali, televisioni, Twitter, tutti parlano della crisi venezuelana come se si fosse sviluppata in tempi recenti. Ma così non è.

Il Venezuela non è un paese come tanti altri, è membro fondatore dell’OPEC ed è un global player nel settore della produzione ed esportazione di petrolio. Fattore che fino al 2005 ha permesso alla Repubblica Bolivariana di aver il Pil pro capite più alto di tutta l’America Latina.

Ma la politica energetica dell’ormai defunto Pres. Chavez ha avuto come obiettivo il finanziamento di programmi populistici e assistenziali, invece di reinvestire le rendite petrolifere nell’esplorazione, produzione o manutenzione delle infrastrutture. Questo ha comportato una serie di crisi economiche che hanno determinato da circa una ventina d’anni un’inflazione tra le più alte di tutte le nazioni latino americane.

Inoltre a causa dei mancati investimenti e alla presa di controllo da parte del Governo della PDVSA (la compagnia petrolifera venezuelana), vi è stato un crollo della produzione nazionale di petrolio che ha portato il Venezuela a importare combustibile dagli Stati Uniti. La successiva crisi dai bassi prezzi del petrolio degli ultimi anni, è stato il fattore determinante che ha portato il Venezuela sull’orlo del collasso.

Negli ultimi anni Pil ha subito una flessione del 14%. È stata intrapresa l’ennesima svalutazione del Bolivar che ha imposto un aumento del prezzo dei carburanti del 6.000% per far fronte alla crisi economica. Per porre rimedio a questa situazione sono stati concordati dei prestiti con Cina e Russia per oltre 45 miliardi di dollari e sono state stampate migliaia banconote. Si scelta la formula del congelamento dei prezzi facendo però che si creasse una penuria di beni di prima necessità, come la ormai tristemente famosa “carestia della carta igienica”.

Ma la popolazione ormai ridotta allo stremo non rimane a guardare. Per la prima volta nelle elezioni parlamentari del 2016, dopo 17 anni le opposizioni hanno battuto il Partido Socialista Unido de Venezuela conquistando i 2/3 della camera. Maduro vedendo limitate le proprie possibilità di manovra ha quindi accusato il settore privato di condurre una guerra economica contro il governo e ha decretato lo stato di emergenza economica. Quest’azione comporta più poteri per l’esecutivo e la sospensione delle libertà economiche. Inoltre sono state attuate una serie di azioni antidemocratiche come: la sostituzione di 13 dei 32 magistrati della Corte Suprema che, a seguito delle votazioni hanno impugnato l’elezione di 3 parlamentari al fine di diminuire il peso della maggioranza; è stato creato un parlamento parallelo non eletto e composto solo da chavisti svuotando di fatto i poteri dell’Assemblea; l’approvazione prima delle elezioni di un bilancio che ha favorito pesantemente gli alleati del governo.

È difficile dire se questa ulteriore crisi possa comportare ad un regime change definitivo. In questi ultimi giorni anche le pressioni internazionali sono tornate forti soprattutto da parte degli Stati Uniti, ma probabilmente non saranno determinanti perché non verranno fatte scelte estreme. Anche se il presidente Trump ha dichiarato che si stanno valutando tutte le opzioni disponibili, sembra poco probabile che alla fine venga presa la decisione per l’attuazione di un embargo sul petrolio, dal momento che arrecherebbe danno anche agli USA. Oppure per intervenire militarmente, opzione che certamente non sarebbe appoggiata dalla maggior parte dei paesi schierati contro Maduro.


Saranno i militari, decidendo di non supportare più il presidente, a consentire il cambiamento? Difficile pensare che questo possa avvenire nel breve termine, perché il beneficio che potrebbe derivare dall’abbandonare Maduro, anche in caso di amnistia, sembra essere meno vantaggioso di quello che si potrebbe invece ricavare dal poter disporre delle risorse provenienti dall’esportazione di petrolio e da probabili traffici illeciti. Ma la crisi economica e finanziaria, che in questi ultimi cinque anni ha continuato costantemente ad aggravarsi, continuerà a ridurre le risorse a disposizione dei sostenitori di Maduro, aumentando certamente l’incentivo a dissociarsi. Un aiuto potrebbe derivare dal controllo delle finanze depositate all’estero. Gli Stati Uniti hanno dato a Juan Guaidò il controllo dei conti correnti intestati al governo venezuelano alla Federal Reserve di New York ma anche nelle altre banche statunitensi, mentre la Banca d’Inghilterra ha bloccato Maduro che aveva chiesto di ritirare 1,2 miliardi di dollari in riserve auree custodite a Londra.

In conclusione è difficile dire come la situazione possa concludersi, il Chavismo oggi come il castrismo e il peronismo prima basano la loro legittimità al di fuori dell’ordine liberale. Il popolo viene inteso come una comunità unanime, la rivoluzione come una redenzione dal male che segna la liberazione da quei pericoli che gravano sul popolo e sulla nazione. Viene quindi continuamente perpetuato uno scontro del popolo con l’oligarchia, della rivoluzione con la controrivoluzione, della nazione contro l’impero. In questo contesto quindi è molto facile il passaggio ad una guerra civile. Il regime infatti sfrutta questa situazione per creare un nemico che gli consenta di tenere unito il popolo, invocare un pericolo incombente che serva a far fare un passo in avanti alla rivoluzione.

Ma in questo caso la rivoluzione sarà contro il Chavismo?