L’ultimo Scisma della Chiesa d’Oriente

201811.02
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        L’ultimo Scisma della Chiesa d’Oriente


A cura di Clementina Carta*

Ricercatrice TAB / Desk Russia


È trascorso quasi un millennio dal Grande Scisma e da secoli ormai i rapporti tra le Chiese Cristiane nel mondo sono pacifici e sereni, le increspature ecclesiastiche sono diventate ricordi lontani e desueti.

Ha destato quindi meraviglia la richiesta di Autocefalia della Chiesa Ucraina, unita da un legame storico, politico e culturale a quella di Mosca.

Il Patriarcato di Cirillo I vige, oltre che sulla Chiesa di Kiev, anche su quelle di Bielorussia, Bulgaria, Macedonia, Serbia, Slovacchia e sulle diocesi ortodosse in Polonia.

Non è un segreto che lo scisma della Chiesa Ucraina da quella russa ha una rilevanza religiosa e politica per la Rada, dimenticando però, com’è ahimè abitudine nella più parte dei settori, della storia che lega queste due nazioni, soprattutto dal punto di vista culturale e religioso.

Il retaggio Kieviano ha un peso non indifferente per i russi moderni. Esso comprendeva una religione, un linguaggio, una letteratura, una tradizione e usanze comuni, unendo popoli di base estremamente diversi l’uno dall’altro su un territorio esteso.

La culla culturale e religiosa della Russia moderna è sorta, alla fine del IX secolo, lungo le sponde del fiume Dnepr, da discendenti dei popoli vichinghi stanziati in quell’area, terra di tribù slave, finniche e baltiche, cento anni prima chiamate Rus’.

Secondo “La Cronaca degli anni passati”, redatta dal monaco ucraino Nestor di Pecherska nel 1116, nell’anno 800 d.c i Rus’, sotto il comando del guerriero variago Rjurik, si spostarono a Kiev, uno dei poli commerciali principali della via variago-greca.

Oleg I fu il primo sovrano di Kiev e con i componenti della Druzhina (guardie del corpo dei capi delle popolazioni slave nel Medioevo) estese il suo dominio su numerose tribù che si piegarono immediatamente ai dettami.

L’ascesa del cristianesimo nei territori della Rus’ di Kiev avvenne con il principe Vladimir I e il “Battesimo della Rus’”, nel 980 D.C, ovvero la conversione degli slavi orientali ad un tipo di cristianesimo legato a quello bizantino, seppur adattato ai loro costumi.

Vladimiro I decise di diventare il fianco orientale del cristianesimo, introducendo nel territorio la cultura bizantina, allontanando definitivamente la Chiesa Cattolica Romana e isolando non solo culturalmente ma anche geograficamente la Rus’ dalla civiltà latina e occidentale.

Con il passare del tempo le sfumature bizantine assumevano caratteristiche sempre più russe grazie anche allo sviluppo dell’arte e dell’architettura religiosa.

Alla fine de X secolo la Chiesa Russa contava otto diocesi, divenute sedici alla fine del periodo kieviano. Il metropolita di Kiev, capo delle sedici diocesi russe, era però sotto la giurisdizione del patriarcato di Costantinopoli.

Con i secoli e l’espansione dei principati di Kiev, la Chiesa Russa acquistò terreni e potere diventando uno dei pilastri istituzionali principali dell’Impero russo.

È interessante analizzare come la lingua russa sia stata influenzata dalla conversione al cristianesimo.

L’evangelizzazione del paese ha fatto sì che si utilizzasse un alfabeto cirillico, adoperato dai Santi Cirillo e Metodio e divulgato tra i sudditi della Rus’.

Lo slavo ecclesiastico, derivato dallo slavo antico e unendo le radici di tutti gli idiomi slavi, divenne la lingua liturgica, cancellando qualsiasi tipo d’influenza latina o greca all’interno della chiesa russa.

I conflitti sorti in Ucraina negli ultimi anni hanno acceso l’odio verso una cultura dalla radice storica e religiosa, unita in una unica memoria.

Questi ultimi cinque anni, apparentemente, hanno cancellato cronache ed eventi datate di un millennio.

Poroshenko ha definito la decisione dell’autocefalia della Chiesa Ucraina: “Un trionfo del bene sul male.” “Un trionfo della luce sul buio.”

Una citazione da super-eroe in soccorso ad un popolo oppresso e che forse, spera in una nuova vittoria alle elezioni che si terranno in Ucraina l’anno venturo.

Ma chi e cosa si cela dietro questa decisione? Potrebbe esserci una volontà dell’Occidente di esportare maggiore influenza nell’area, quasi fosse una vendetta per ciò che è accaduto in Crimea nel 2013?

Gli Stati Uniti sostengono la libertà dei gruppi di governare la loro religione secondo le loro credenze e praticare liberamente le loro fedi senza interferenze del governo e rispettano la capacità dei leader e dei fedeli ortodossi dell’Ucraina di perseguire l’autocefalia secondo le loro convinzioni.” Parole del portavoce Usa Heather Nauert al momento dell’annuncio della volontà di scissione.

Gli Stati Uniti, sempre più sostenitori del nazionalismo ucraino, non hanno tardato a farsi sentire, dando un importante appoggio morale alla scelta religiosa della Nazione, forse misconoscendo però le basi culturali che legano Mosca a Kiev.

È interessante costatare anche il ruolo della diocesi di Costantinopoli in questa decisione storica.

Si ha avuto come un ritorno alle origini, quando le sedici diocesi della Rus’ di Kiev erano sotto il giogo della Chiesa Bizantina, e la temuta Mosca era ancora un insignificante borgo finnico, lontana dalla cultura slava e cristiana.

Il patriarca di Costantinopoli era stato appellato il 19 aprile dal presidente ucraino Poroshenko, il quale chiedeva l’Autocefalia per la Chiesa Ucraina. Bartolomeo I° non tardò a prenderla in considerazione, per poi confermarla definitivamente a luglio.

L’11 ottobre il Sinodo ha firmato il tomos per concedere l’indipendenza della Chiesa Ucraina da Mosca.

La Turchia ortodossa è stata quindi un alleato fondamentale per Poroshenko nell’intento del suo piano d’indipendentismo non più solo politico ma anche di natura religiosa.

Naturalmente ciò ha inacidito i rapporti tra Mosca, Kiev e “Costantinopoli”, di per sé non particolarmente sereni dal punto di vista politico. Si ha di fatti l’impressione che dopo secoli in Europa, il movente religioso sia la scusa perfetta per intaccare le relazioni internazionali.

È evidente che tale decisione è stato uno schiaffo al Cremlino. Il presidente Putin è sempre stato apertamente credente, ed ha costruito, insieme al patriarca Cirillo I°, solidi e cordiali rapporti con le oltre Chiese d’Oriente.

Per i fedeli russi la scissione significa perdere l’accesso diretto al Monte Athos in Grecia, luogo di pellegrinaggio e di culto particolarmente rilevante per gli ortodossi.

Si ha quasi l’impressione che i fedeli russi siano respinti il più a Est possibile ed esclusi dal resto del mondo ortodosso.

L’acefalia della Chiesa è indubbiamente una mossa geopolitica e strategica del governo ucraino e dello stesso patriarca ucraino, Filarete, il quale sin da subito aveva sostenuto le manifestazioni di piazza Maidan per una politica sempre meno filo-russo e più indipendente.

Ma come si sa, di russofili residenti in Ucraina ve ne sono ancora molti, e ciò potrebbe causare uno scisma nello scisma, ovvero quei fedeli che non si allineeranno con la nuova Chiesa Ucraina, ma rimarranno fermi e solidali alla linea di Mosca, la quale ha affermato tramite il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov: “Che il Cremlino è pronto a difendere gli interessi dei russofoni e degli ortodossi.”

Ciò ovviamente porterà ad un’ulteriore contrasto, in un paese già infestato da attriti che sembrano lungi dall’essere appianati.

Si esclude l’ipotesi di un conflitto religioso ma non si esclude la possibilità che tale astio possa essere riversato nelle sfere politiche, economiche del paese e sulla scena internazionale stessa.

Tale scisma potrebbe portare alla rottura definitiva nei rapporti tra Ucraina e Russia, due paesi uniti dalla stessa cultura millenaria.