L’anima russa potrebbe salvare la decadenza dell’Occidente?

201802.01
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A cura di Clementina Carta*
Ricercatrice TAB –



Quando ci avviciniamo al mondo cinese, o a quello indiano, per non parlare di quello africano, lo facciamo con attenzione, quasi con circospezione. In questo ci guidano anche le evidenti diversità fisiche. Coi russi purtroppo  non è così. Il loro aspetto infatti e’ molto simile al nostro, spesso indistinguibile e  quindi ci viene da pensare che lo siano anche i loro valori, tradizioni, modi di vivere e di pensare. In realtà i russi sono un magnifico ponte tra la cultura occidentale e quella orientale. Il pensarci uguali  può essere fonte di malintesi ed equivoci! 

Molto opportuno quindi questo interessante scritto di Clementina Carta che, partendo da considerazioni “ letterarie”, ci presenta alcune approfondite  riflessioni sulla nostra cultura attuale con le sue distorsioni e su quella russa.

Buon cibo per la mente!

Luigi Parlatore – Socio TAB – Senior Advisor della Fondazione per la Collaborazione tra i Popoli, presieduta dal Prof. Romano Prodi – Lunghi anni di lavoro in Russia e Cina per importanti organizzazioni

 

Il declino che sta avvenendo in Occidente ha sollevato diverse questioni dal punto di vista economico. Ma la vera discesa, che stiamo vivendo in questi giorni, va ben oltre il lato finanziario, per molti, ben più preoccupante della decadenza della facoltà del pensiero umano.

Si vive in un mondo oltremodo politicamente corretto, senza però essere necessariamente più educato, anzi, apparentemente, sta avvenendo l’esatto contrario.

La società teme pronunciare alcuni termini, ormai tabù, cancellati, giustamente, dal nostro vocabolario per paura di offendere, senza rendersi conto però, che non son più le parole ma le maniere che, oggi, offendono gli altri.

La galanteria è stata messa da parte per una sorta di pseudo femminismo, dove, ad esempio, se un uomo lascia il posto a sedere a una donna o le apre la porta, è percepito come misogino, in quanto la considererebbe più debole, mentre un tempo, senza tanti elucubrazioni mentali, era un semplice atto di cavalleria.

Gli annunci nella metropolitana di New York hanno cessato di dire “Ladies and Gentlemen”, per evitare di offendere chi appartiene a generi diversi, dimenticando però, che gli uomini e le donne, ahimè, esistono ancora.

È forse questo “politicamente corretto” che sta plasmando una generazione di maleducati, che approfittano della morte della galanteria per dare libero sfogo alla propria bestialità, trovando nel “progresso”, la scusa perfetta?

Probabilmente, ma non solo.

Il mondo sta vivendo una democratizzazione tale che si sta sfiorando il baratro dell’anarchia, tutto è permesso e tutto deve essere tollerato. L’intolleranza non è tollerata ma ciò che adesso si chiama intolleranza, tempo fa, era definito ordine.

La decadenza non è però solo nell’ambito dell’educazione, ma soprattutto dal punto di visto culturale e mentale. Ovvero, gli esseri umani hanno perso la facoltà di autoanalisi.

“Vivi da stupido e vivrai felice.” Apparentemente è questa la massima occidentale, ma la felicità, per lo più artificiale, quindi traballante, riuscirebbe a sostenere il peso dell’ottusità, sempre più presente in questa società, incline alla totale vacuità d’animo?


I social network, per quanto utili in numerosi campi, hanno pian piano permesso la fine dell’intimità, incrementando il bisogno di passare perennemente attraverso gli occhi di persone terze, prima di poterci liberamente apprezzare.

La gente ha paura di pensare al di fuori delle proprie competenze lavorative, dove la competizione non ha lo scopo di migliorare se stessi, ma quello di schiacciare l’altro, il pensiero perennemente succube al bisogno di vedersi eccezionali.

È una generazione che deve nutrire il proprio ego in tutti i settori possibili, gonfiandolo spropositatamente, perdendo l’umiltà, che un tempo, aveva reso i piccoli, immensi.

La società è sempre meno introspettiva, le persone sono alienate e il corpo non è più l’involucro dell’anima ma l’intera rappresentazione dell’essenza umana stessa.

Viviamo nel terrore di un giudizio negativo nei nostri confronti, e tutto è diventato fittizio, artificiale. I sorrisi, le risate, i pianti, persino la disperazione, tutto deve essere esageratamente ostentato, diventando spesso, oltre che insincero, terribilmente volgare.

Tutto ciò, per essere, per pochi minuti, il centro dell’attenzione e protagonisti di un mondo, che in verità, non esiste. E viviamo di visualizzazione, di pareri, e di commenti da parte di persone, che probabilmente, non reputiamo nostre care, intime, ma di cui la valutazione nei nostri confronti può radicalmente alterare l’umore e l’andamento della giornata.

Siamo diventati registi eccezionali, con le telecamere perennemente puntate su di noi e sulle nostre vite, trasformandole in una pellicola da Oscar, dove tutto è più esorbitante e melodrammatico, perdendo l’amore per la semplicità e finendo, ahimè, per non apprezzare più nulla, abituati ad avere tutto subito e non conoscendo più, per fortuna, o forse no, la sofferenza.

Si è visto nel corso della storia come il dolore, collettivo e personale, sia stato d’ispirazione per le più grandi opere letterarie al mondo, capolavori nati dal pensiero, dalle sensazioni di amarezza e di paura, e la scoperta improvvisa di una felicità sconfinata, ritrovata nelle piccole cose che la vita, umilmente, ha da offrire. E sono queste piccole e immense gioie che hanno cessato di esistere.

Si sta cercando di cancellare la sofferenza dalla società moderna, iniziando dalle basi, dalla scuola, dove i bambini non possono più essere bocciati, puniti o strillati, per paura di traumi psicologici, cosa tra l’altro, avvenuta raramente nel recente passato.

Si cerca di neutralizzare il dolore, psichico e mentale, creando non solo una generazione di rammolliti ma anche di grandi maleducati, in una società dove tutto è lecito, dove la libertà è diventata la scusa per la villania.

La sofferenza, per quanto spaventi, è necessaria. L’uomo deve sentirla, esattamente come la gioia, non per la pena fine a se stessa, ma per capire la dicotomia tra il bene e il male, tra il bianco e il nero, per dare il giusto valore a ogni sentimento provato.

Nel caso in cui il dolore dovesse sparire dai sentimenti umani, si rischierebbe di non sentire più la gioia, non potendo contrastarla con nient’altro. Ed è ciò che sta avvenendo in questi anni, in queste ore. Le persone si emozionano sempre di meno, per il semplice fatto che soffrono di meno, e la mente, come l’anima, inizia a banalizzare il sentimento di felicità.

In un mondo che va a una velocità sconvolgente, l’uomo non si ferma a riflettere, perdendo la misura di se stesso, convinto sempre di più delle sue ragioni e dei torti altrui.

Dovremmo premere su “pausa”, sederci e capire dove stiamo andando. Ma nessuno può premere su “pausa”, in un mondo dove, chi si ferma è perduto, è “out”.

La società si sta razionalizzando sempre di più, perdendo le sue sfumature astratte e sensibili che separavano gli uomini dalle macchine.

L’incultura non spaventa, l’incapacità della facoltà di pensiero e di analisi non preoccupa, la mancanza dell’anima, dello spirito sensibile, non ha rilevanza. Ciò che conta è l’ambizione come causa per il profitto. Per carità, entrambi necessari, ma perché disfarsi di ciò che caratterizza la natura umana in sé?

Forse vi è una soluzione a questo elogio sociale dell’ignoranza e della sgarbatezza, leggere.

Se si desidera recuperare l’anima sgusciata via dal suo perfetto involucro, bisogna aprire un libro e leggere.

Questa è l’unica risposta che, personalmente, posso dare. E mi riferisco in particolar modo, ovviamente, alla letteratura russa.

Bisogna scorticare i classici russi, iniziando dal premio Nobel, Ivan Bunin, esiliato in Francia, dove con finissime descrizioni, nella “Vita di Arseniev”, trasmette al lettore, senza vergogna, lo struggente sentimento di Nostalgia che prova per la sua terra Natale. E ripeto, e sottolineo, senza vergogna.

E per ogni pagina che scivola via, le parole scorrono come un torrente in piena, venendo a contatto con ciò che è denominata “l’anima russa”, quell’ingarbuglio di sentimenti melanconici, nostalgici e introspettivi, descritti con una punta di amaro sarcasmo.

Il sarcasmo è necessario, perché talvolta si ha l’impressione che l’umorismo a questo mondo stia svanendo. Vivendo ormai con il terrore di offendere, non ci si esprime più con sarcasmo e l’unica valvola di sfogo per la necessaria e umana ilarità, sono terribili, dementi e grottesche battute, che hanno lo scopo di estrapolare una risata al volgo.

In questo caso, mi riferisco a un umorismo vero, talvolta crudo e diretto, a volte, invece, nascosto e allo stesso tempo tagliente, insomma, gogoliano.

Si è diventati troppo seri, perdendo la capacità di ridere con sincerità ai drammi della vita, spaventati dall’autoironia, solamente per il terrore di occultare l’immagine perfetta che si desidera ardentemente trasmettere agli altri.

Bunin, spiega “l’anima russa”, raccontandola con parole sublimi, aprendo gli occhi su quel vasto paese, che ancora, affascina e spaventa, sentendolo lontano, ma che in verità è proprio dietro l’angolo e, per quanto in molti ancora non lo concepiscono o non vogliono concepirlo, ci sta tendendo una mano, soprattutto dal punto di vista culturale.

La cultura sta palesemente morendo nella nostra società, ormai, apparentemente, non più la benvenuta, ed è per questo, che insisto nel doverci voltare verso Est, verso la sua letteratura, se si vuole lottare contro il cancro dell’ignoranza.

“La stupidità e l’arroganza unite sono una grande forza”, con questa frase Dostoevskij  sembrerebbe descrivere alla perfezione il modus vivendi Occidentale, sempre più incline a una moderna barbarie, dove la società coltiva con orgoglio maleducati e ignoranti, senza pensare però, che il futuro, per quando politicamente libero e tollerante, si prevede spaventosamente grigio e totalmente vacuo.

Ivan Bunin, come i suoi congeneri, ci catapulta in un mondo, dove la natura infinita rende l’essere insignificante, e nella sua immensità, gli uomini si ritrovano faccia a faccia con il Creatore, Pagano e Cristiano, e nel silenzio della steppa, non ci si può che domandare:

“Che cosa ci faccio qui, chi mi ci ha portato e per cosa mi ci ha portato?”

Il selvaggio, con i suoi odori agri e profani, il suono assordante del nulla e l’infinità di orizzonti eterei, inghiottiti dalla valanga di pensieri, lotta contro l’umana razionalità, sconfiggendola e finalmente, ridimensionando l’uomo a ciò che è, un punto insignificante nell’universo, cosa che la più parte delle persone ha dimenticato, perdendo ogni briciolo di umiltà dietro la maschera di superuomo che questa società ci obbliga a portare.

Sfogliando immersi nell’infinità dei sentimenti, le stille inumidiscono la carta delle pagine lette, perché si piange e si ride, e che sia per uno o sia per l’altro, le lacrime scorrono, ed è giusto che sia così.

E Gogol’, come Bunin, con pungente ironia, ci fa scoprire l’anima russa, spronandoci alla riflessione, perché al primo impatto, non è cosa semplice da capire e condividere, soprattutto per un occidentale, abituati a società e a valori diversi.

Gogol’, con la sua facoltà di analizzare la psicologia degli esseri, descrive con recondita minuziosità, la demenza e la superficialità umana, dietro personaggi istrionici e apparentemente eccelsi, sembrerebbe dire al lettore: “Chi vuol capire, capisca”.

“(…) E tuttavia non è stato scelto come eroe un uomo virtuoso. E si può anche dire perché. Perché è ora di lasciar finalmente riposare il povero uomo virtuoso, perché l’espressione “uomo virtuoso” gira invano sulla bocca di tutti; perché hanno trasformato l’uomo virtuoso in un cavallo, e non c’è scrittore che non l’abbia cavalcato, incitandolo anche col frustino e con tutto quel che capitava; perché hanno tanto sfiancato l’uomo virtuoso, che adesso non ha più neanche un’ombra di virtù, e gli son rimaste solo costole e pelle al posto del corpo; perché evocano ipocritamente l’uomo virtuoso; perché non lo rispettano. No, è ora di attaccare al carro anche il mascalzone. E così, attacchiamo il mascalzone!” (Nikolai Gogol’, Le Anime Morte,  1842)


L’uomo virtuoso aveva già stufato a metà del XIX secolo, figurarsi adesso.

Ma la virtù di oggi è ben lungi dal somigliare alla virtù di ieri, l’uomo virtuoso di quest’era, contemporaneo, è probabilmente il mascalzone citato da Gogol’. La virtù umana non è più etica ma pecuniaria, la persona è virtuosa per quanto vale e non per ciò che è.


Sfogliando queste pagine, oltre a sorridere nel leggere ciò che nessuno di noi, probabilmente, è mai riuscito a scrivere, pur pensandolo e rimuginandolo senza arrivare a una formulazione sensata e concreta, chissà frustrandoci, ci si sazia anche di panorami nuovi, di sensazioni e di pensieri contrastanti, scoprendo sentimenti frammisti tra la sacralità cristiana, la beata ortodossia e la tipica rusticità slava, pagana, paradossale e incantevole, creando un’armonia perfetta di redenzione e libertà spirituale.

E noi non siamo né redenti né liberi, e senza redenzione non vi potrà mai essere una totale libertà d’animo. Senza saperci rimettere in questione, saremo sempre succubi, e incatenati a tutto ciò che ci circonda, materiale e immateriale, pur sentendoci, apparentemente privi di catene.

Ma non lo siamo, dal momento in cui la nostra mente è incapace di ragionare e di formulare un pensiero che riesca a elevarsi oltre il raziocinio, saremo per sempre prigionieri di noi stessi, siamo i nostri servi e allo stesso tempo siamo anche i nostri padroni e se finalmente riuscissimo ad affrancare quel lato incatenato dai dettami dell’ignoranza, allora, saremo veramente liberi.

Una libertà, che va ben al di là, della democrazia.