Italia e America latina: investimenti e cooperazione

201610.02
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A cura di Giulio Di Pinto*
Ricercatore TAB –

italia-america-latinaSin dalla sua “scoperta” nel 1492 da parte del navigatore di origine genovese Cristoforo Colombo e con i successivi viaggi di navigatori come il fiorentino Amerigo Vespucci, il continente latinoamericano ha sempre vissuto continue relazioni con i Paesi europei. Una importante area geografica vasta quasi 19 milioni di chilometri quadrati con circa 422 milioni di abitanti (2016) in 12 Stati che, nell’attuale contesto internazionale, può assumere un importante ruolo; in particolare per l’Italia, con la quale ha condiviso elementi culturali, linguistici e artistici che – soprattutto dopo il secondo conflitto mondiale – hanno contribuito a plasmare una positiva immagine del Paese nel subcontinente. Attualmente, secondo i dati forniti dalle pagine istituzionali del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale (MAECI), nel Sud America sono presenti un totale di 19 ambasciate, 36 uffici consolari e 11 istituti di cultura italiana. Una rete diplomatica e culturale attraverso la quale l’Italia porta avanti la propria cooperazione sia attraverso relazioni bilaterali sia attraverso relazioni multilaterali in seno alle organizzazioni regionali e universali. Diversi esempi di queste attività sono stati l’istituzione (nel 1966) dell’Istituto italo-latino americano (IILA), la biennale “Conferenza Italia – America latina e Caraibi”, le attività diplomatiche portate avanti attraverso l’Unione Europea e la partecipazione come Osservatore presso l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA).

Nell’ultimo rapporto del United Nations Conference on Trade and Development (UNCTAD), gli investimenti diretti esteri (IDE) attratti nel 2015 dal Sud e Centro America sono stati di circa 168 miliardi di dollari. Una cifra che può sembrare residuale rispetto ai 500 miliardi di dollari di IDE fluiti rispettivamente verso Europa, America del Nord e Asia, ma che rende evidente le potenzialità del subcontinente americano; soprattutto in considerazione della fine o, secondo altri, dell’instabilità del cosiddetto “superciclo delle commodity”, seguito a un evidente rallentamento della domanda globale. Un rapido crollo nei prezzi delle materie prime che, per i Paesi latinoamericani esportatori, ha portato nel breve periodo a una riduzione delle entrate da export e allo sbilanciamento del proprio saldo commerciale.    Per avere una situazione più chiara, molto utili sono i dati forniti dall’Istituto di Statistica (ISTAT) e dall’Istituto per il Commercio Estero (ICE). Secondo questi dati l’interscambio commerciale tra Italia e Sudamerica ha generato nel 2015 circa 23 miliardi di Euro, da ripartirsi tra 13,5 miliardi di esportazioni dall’Italia e 9,5 miliardi di importazioni verso l’Italia. Il risultato è un chiaro avanzo commerciale per il nostro Paese, esportatore privilegiato verso Paesi quali Brasile, Messico, Cile e Perù. Una posizione favorevole rafforzata, sempre secondo i medesimi enti, da un fatturato annuo di imprese a controllo italiano in America latina pari a 50 miliardi di Euro.
L’occasione, è dunque ideale. Il quadro di breve periodo sta spingendo i Paesi latinoamericani nella ricerca di maggiori investimenti diretti esteri (IDE) in tecnologia e capitale umano che possano compensarne la sfavorevole bilancia commerciale. Un’opportunità di diplomazia e cooperazione economica, questa, che deve passare attraverso il duplice obiettivo di rilanciare l’export latinoamericano di medio periodo, permettendo la trasformazione dei prodotti prima esportati come commodity in beni più competitivi che possano rendere maggiormente, nonché ridurre quel “gap tecnologico” del modello produttivo che attualmente limita sia la produzione sia la produttività locale. Tutto questo può e deve avvenire attraverso un aumento del peso nell’economia del settore manifatturiero e agroalimentare, oltre che attraverso un investimento in infrastrutture “produttive” di ricadute positive per l’economia e la società. In particolare, per la manifattura e l’agroalimentare occorre che l’Italia in prima battuta ne fornisca i macchinari necessari allo sviluppo (nella produzione dei quali vanta una lunga ed eccellente tradizione industriale), mentre successivamente contribuisca al “know how” tecnico e scientifico a essi collegato – particolarmente nella meccanica, nella chimica e nella farmaceutica. In tal senso, parallelamente all’egregio lavoro portato avanti dalla rete di diplomazia tradizionale e commerciale, un elemento di straordinaria importanza da sfruttare per le imprese italiane viene fornito dalla legge 125/2014, che dispone la riforma normativa della cooperazione allo sviluppo. Più in particolare, l’articolo 27 di detta legge dispone diversi strumenti finanziari che, attraverso il supporto dell’IILA, possono permettere a imprese italiane di cooperare con imprese locali situate in 12 Paesi latinoamericani. Secondo i dati forniti da uno studio della Banca Intesa S. Paolo, nell’ultimo anno le piccole e medie imprese (PMI) italiane hanno generato complessivamente circa 16 miliardi di export dall’Italia. Come sottolineato dal Segretario generale IILA, Giorgio Malfatti, e da José Luis Rhi Sausi, Segretario socio-economico IILA, se gli strumenti messi a disposizione dal legislatore fossero utilizzati maggiormente dalle imprese italiane, si garantirebbe da un lato una stabilizzazione del tessuto economico delle PMI locali, molto simili a quelle italiane, mentre dall’altro si favorirebbe la nascita di un sistema di investimenti più organico che possa aiutare le PMI italiane ad aggregarsi e garantire sia un maggior un export di beni, sia un maggiore flusso di IDE verso il continente americano. Una strategia potenzialmente “win-win”.

Tuttavia, l’investimento da parte dell’Italia non deve essere solamente di tipo economico. Dal punto di vista politico, va ricordata la variegata situazione generale nell’area latinoamericana; insieme a Paesi generalmente stabili ve ne sono diversi che attraversano fasi di transizione politica e istituzionale. Basti pensare all’Argentina del Presidente Macri e alle sfide che sta affrontando in campo politico ed economico, alle prospettive politiche per la Colombia dopo l’accordo raggiunto con le “Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia” (FARC), alla transizione nella Cuba castrista che si sta aprendo verso gli Stati Uniti e, anche, a un Venezuela sempre più in crisi. In questo contesto, mai come ora è sentito e richiesto un supporto di tipo politico e istituzionale che sappia trasfondere quella cultura ed esperienza maturata dai Paesi europei nel corso degli anni. In particolare, il Ministero degli affari esteri, ha già avviato diverse cooperazioni strutturate con l’obiettivo di aiutare i Paesi partecipanti nella stabilizzazione del sistema politico e giudiziario. Lodevoli esempi del contributo italiano è stata la collaborazione delle autorità locali con la Guardia di finanza e la magistratura su temi di rilievo quali la lotta alla corruzione e all’illegalità, il sequestro di beni e la loro successiva gestione, la riforma del sistema giudiziario. Come ha sottolineato S.E Juan Holguin Flores, ambasciatore dell’Ecuador in Italia, “Oggigiorno la Cooperazione allo sviluppo dell’Italia si presenta in diversi Paesi dell’America Latina come, per esempio, El Salvador dove esistono gravi problemi di delinquenza giovanile [..]. In Colombia ha iniziato nel 2015 un progetto di cooperazione nell’ambito dello sminamento. In Bolivia ha previsto, per il 2016, un portafoglio di progetti in abito agricolo, sanitario e turistico. In Perù e in Ecuador ha avviato un interessante meccanismo di conversione del debito in [fondi destinati a] progetti di cooperazione. Nel caso dell’Ecuador il debito è stato riconvertito a progetti di salvaguardia ambientale e, ultimamente, di assistenza per l’evento sismico avvenuto nel Paese lo scorso aprile”. Tutte queste sono forme di cooperazione attiva con un’enorme ricaduta sulla stabilizzazione politica locale e sulla società tutta.
Una società, quella latinoamericana, costituita da una popolazione in larga parte giovane e in età lavorativa e che, nel corso dei secoli ha sperimentato ingenti fenomeni di migrazione ed emigrazione economica da e per l’Europa. Da una parte, il fenomeno migratorio “storico” in entrata dall’Europa, in particolar modo dall’Italia, ha dato vita a numerose e cospicue comunità di origine italiana che sono riuscite a integrarsi nel tessuto sociale locale e che, in molti casi, hanno contribuito allo sviluppo politico-istituzionale del subcontinente. Integrazione, questa, che ha generato, a seconda del Paese, una discendenza italiana variabile tra il 30 e il 60% dell’attuale popolazione. Tali italo-discendenti sono un bacino importante per il nostro Paese poiché non solo compongono in notevole parte le classi medio-alte della popolazione, ma vantano anche il retaggio culturale dei loro avi. Diventa allora importante intercettarne le preferenze di consumo e fidelizzarli non solo in termini culturali ma anche economici, avvicinandoli in modo più stretto ai prodotti del “made in Italy” per favorire sia l’export sia gli investimenti italiani. D’altra parte, lo speculare fenomeno di migrazione in uscita sperimentato negli ultimi decenni ha dato vita a vaste comunità latinoamericane stabilizzatesi e integratesi in Paesi europei come Spagna e Italia. Tuttavia, a differenza del caso europeo, oriundi di seconda o terza generazione hanno recentemente iniziato a invertire la tendenza. Sono a tutti gli effetti cittadini italiani, integrati nel nostro tessuto sociale e culturale, che decidono di tornare nei paesi di origine dei loro genitori o nonni. Qui, le istituzioni italiane potrebbero lavorare per intercettare questo flusso di ritorno e inserirlo in un sistema più ampio di promozione del Paese all’estero. Non sono dunque da escludere pratiche di diplomazia pubblica di tipo culturale, che li renda “ambasciatori” della cultura e del “made in Italy” nel proprio paese di origine.

In conclusione, il quadro internazionale attualmente esistente e lo stato dei rapporti tra il mondo latinoamericano e la nostra realtà industriale, politica e culturale sono favorevoli a ipotesi di una fuga in avanti. Dal punto di vista economico, il Paese ha tutte le potenzialità e le conoscenze per poter crescere nell’area e far crescere il tessuto socio economico dei Paesi partner; grazie alle attività della rete diplomatica italiana e di enti quali l’IILA e l’ICE sono già disponibili diversi strumenti per favorire attività di investimento estero. Parallelamente, la promozione dei prodotti italiani in America latina deve passare attraverso una maggior vicinanza politico-istituzionale a livello sia interno che internazionale; le diverse attività bilaterali e multilaterali supportate dal Ministero per gli affari esteri e la cooperazione, nonché i recenti viaggi della Presidenza del consiglio e della Presidenza della repubblica sono importanti indicatori di una costruttiva vicinanza con la società latinoamericana. Questa strategia a tre direttrici, parafrasando una proposta lanciata da Michele Valensise (Circolo degli studi diplomatici), forte del patrimonio di conoscenze e aspirazioni italiane, dovrebbe portare amministrazione pubblica e imprese a elaborare un sistema complessivo di collaborazione con il Sud America che passi attraverso un impegno stabile: una strategia, soprattutto da parte del Governo italiano nel suo complesso, atta a sostenere la cooperazione economica e culturale con il subcontinente latinoamericano. La conferenza biennale con l’America latina è senza dubbio un primo strumento, un punto fisso dal quale occorre partire senza trascurare gli aspetti più operativi, come la complessità dell’articolo 27 ex l. 125/2014 e le carenze di bilancio che attualmente ostacolano lo sviluppo di rapporti più stabili e proficui.


* Il presente contributo segue i lavori della Conferenza “Strategie e strumenti per la promozione del sistema economico-produttivo italiano sui mercati globali: investimenti e cooperazione industriale con i Paesi dell’ America Latinaorganizzata dal Circolo di Studi Diplomatici (CSD), l’Istituto Italo Latino Americano (IILA) e l’Associazione per l’Analisi Politico-Economica del Business (TAB).