Le lacrime dell’Unione

201603.26
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A cura di Giuseppe Cucchi*
Presidente emerito TAB – 

Un mare di commozione collettiva, un freddo brivido di paura condivisa, tanti mazzi di fiori sull’asfalto insanguinato, telegiornali che alternano giornalisti a politici e politici ad esperti, candele accese nella sera, il Papa che prega per coloro che hanno perso la vita, uno slogan ormai ripetuto troppe volte per cui “Siamo tutti Charlie! Siamo tutti il Bataclan! Siamo tutti Bruxelles!”. I colori della bandiera belga sui monumenti simbolo degli stati europei, il discorso di un re improvvisamente invecchiato di venti anni, il lutto nazionale… e domani magari i funerali di stato con l’intervento di tutti i grandi della terra, gran concorso di folla e immagini che fanno il giro del mondo.

Tutto giusto, tutto dovuto alle vittime di questa ultima terribile raffica di inumani attentati… ma poi? Che cosa resterà quando le celebrazioni saranno terminate, la commozione inizierà a svanire e noi ci illuderemo ancora per una volta di poter riprendere il tipo di vita che avevamo scelto e che pensavamo di poter continuare a vivere a tempo indeterminato?

Dai primi commenti a caldo, dalle prime proposte avanzate ciò che per il momento sta chiaramente emergendo è innanzitutto un senso di impotenza che unisce la coscienza di trovarsi davanti ad un fenomeno che ha caratteristiche e portata mondiale a quella di essere costretti ad affrontarlo con una visione e con mezzi nella maggior parte dei casi limitati all’ambito nazionale e che soltanto di rado riescono ad assumere dimensione regionale.

Si avverte più che mai in momenti come questo la duplice assenza da un lato di una Organizzazione Internazionale capace di coordinare e trasformare in uno sforzo collettivo le reazioni individuali e dall’altro quella di una potenza che possa fungere da leader in una lotta che si presenta lunga, dura e difficile. Con buona pace dell’ONU e degli Stati Uniti, cui i problemi di successione al vertice maturati nell’ambito di democrazie strutturate in maniera tale da paralizzarsi ogni volta che si presenta una scadenza politica importante impediscono di volgere lo sguardo verso ciò che sta accadendo in questa parte del mondo!

Si avverte inoltre, in parallelo, la sensazione che fenomeni della portata di questo estremismo sunnita deciso ad imporsi con la forza e con il terrore costi ciò che costi non possano manifestarsi ed agire con la spietata efficacia che hanno dimostrato di poter avere se non sono sostenuti e dall’appoggio di stati che pensano, o si illudono, di poterne fare strumenti delle proprie aspirazioni politiche e dal consenso – o per lo meno dalla neutralità – delle masse islamiche.

Una sensazione da cui derivano un paio di conseguenze.

La prima è che sia effettivamente maturato uno di quei momenti nella storia in cui le cose o sono bianche o sono nere, in cui gli altri o sono con me o contro di me. Per intenderci un periodo molto simile a quello della lotta del mondo libero contro il nazi fascismo, in cui il Bene sta chiaramente da una parte ed il Male da quell’altra.

In tale ottica appare impossibile continuare a tollerare atteggiamenti ambigui da parte di coloro che hanno lucrato per anni sull’Occidente per il loro arricchimento e la loro sicurezza e che ora cercano di preservare al massimo questi vantaggi acquisiti mentre con l’altra nutrono, in varia misura ed in diverse maniere, la belva che ci morde alla gola.

Il riferimento e’ chiaramente agli stati della penisola arabica e del medio oriente. Ma non solamente a loro. C’è addirittura un caso limite, che e’ quello della Turchia, gendarme dell’ordine costituito in sede NATO, guardiano ben pagato delle frontiere dell’UE per accordi con Bruxelles e in pari tempo, e sino a data abbastanza recente, vicino molto poco ingombrante per un Califfato di cui non intralciava i rifornimenti e cui permetteva di esercitare un lucroso contrabbando.

Un deciso chiarimento con tutti questi stati e’ divenuto a questo punto questione importante ed urgente, anche perché – come ha ampiamente dimostrato la lotta dell’Italia contro la criminalità organizzata –   la vera grande vulnerabilità di questo tipo di organizzazioni criminali clandestine, ed il terrorismo fondamentalista internazionale non è altro che una di esse, si identifica con i suoi canali di finanziamento.

Per tagliarli abbiamo però bisogno di una reale e fattiva collaborazione che coinvolga, in primo luogo, proprio tutti quegli stati islamici da cui è più probabile che in una maniera o nell’altra tali finanziamenti provengano. E che non abbia alcun riguardo per tabù di vario tipo che hanno limitato sino ad oggi l’efficacia di ogni nostra azione. In Bosnia, ad esempio, la NATO pur sapendo benissimo come una parte del terrorismo fosse finanziato dalle cosiddette “charities islamiche” era costretta a tollerare il fenomeno per la natura religiosa di queste società che le proteggeva rendendo difficile intervenire nei loro confronti.

La seconda conseguenza e’ che siamo in un certo senso condannati o a conquistare il cuore delle masse islamiche o a vedere lo stato di tensione che attualmente attraversiamo trasformarsi in un dato permanente della nostra vita futura.

Occorrono quindi, e con urgenza, politiche di integrazione molto più’ radicali di quelle attualmente in vigore per quanto riguarda il trattamento degli islamici già presenti in Europa. E tutt’altro che integrati come ci hanno dimostrato i casi di Parigi e di Bruxelles, analoghi peraltro per molti aspetti a quelli di Londra e di Madrid che li avevano a suo tempo preceduti! Occorrono parimenti politiche di sviluppo in tutti i paesi in cui il fenomeno dell’Islam estremista ha origine ed ove esso trova un fertile terreno di cultura in masse giovanili del tutto prive di cultura, di lavoro e di prospettive. Occorre infine razionalizzare appieno i flussi di migranti, magari anche introducendo tutte quelle misure restrittive e coercitive che possano risultare indispensabili. Non possiamo infatti certo permetterci più, in momenti gravi come questo, il lusso di ondate anarchiche di persone vaganti per l’Europa senza che su di esse sia possibile esercitare alcun reale controllo.

E poi ….e poi c’è un discorso che è un discorso estremamente scomodo da fare poiché va in direzione diametralmente opposta a quelle che sono state in questi ultimi venticinque anni le tendenze maggioritarie nelle opinioni pubbliche di tutti gli stati europei.

Si tratta del discorso legato alla disponibilità ed all’uso della forza, all’interno ed all’esterno di ogni paese. Inutile infatti, in presenza di fenomeni come quello del terrorismo attuale, perpetuare la vecchia, tradizionale distinzione fra Forze Armate, destinate ad usare a forza dello stato verso un nemico interno, e Forze di Polizia, che la usano invece per contrastare un nemico interno. Ora il nemico è interno ed esterno al medesimo tempo e la lotta si fa quindi contrasto unico e quanto più possibile unitario.

Nell’illusione da un lato che si andasse verso tempi tranquilli, dall’altro che la sicurezza potesse rimanere in eterno un bene importabile, noi abbiamo infatti ridotto ininterrottamente dalla caduta del muro di Berlino in poi i nostri apparati di sicurezza e difesa, lesinando su uomini e mezzi per recuperare risorse da destinare ad altri settori valutati come prioritari. Ora invece dobbiamo recuperare, in maniera tale che le possibilità di difesa almeno bilancìno quelle dell’offesa. Un compito immane, considerata l’urgenza del recupero cui si oppongono mentalità superate, rigidità di strutture, inadeguatezza di leggi, incapacità di visione…

Il settore in cui tale adeguamento appare più urgente è ovviamente quello dell’intelligence, che costituisce la nostra punta di lancia nel contrasto all’offensiva terroristica. È un settore in cui l’Italia gode di una condizione privilegiata grazie ad una buona legge che circa una decina di anni fa ha conferito a tutto il comparto quella unitarietà che invece fa ancora difetto all’intelligence francese ed a quella belga, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

È inutile però illudersi sul fatto che la nostra intelligence, che è soltanto nazionale, possa far fronte da sola ad una minaccia che ha dimensioni globali e che va combattuta quindi con mezzi di ben diversa portata. Si ritorna dunque al discorso, che è in pari tempo una necessità ed una speranza, di una integrazione delle intelligence nazionali in ambito europeo. Questo sempre che non si voglia procedere finalmente a qualcosa di molto più radicale e più ampio dotando l’Unione di quella politica estere e di sicurezza, nonché di quello strumento di difesa comune, che viene sempre auspicato e mai realizzato.

Viviamo in tempi agitati, tempi difficili, tempi di cambiamenti ed i cambiamenti richiedono coraggio. Un coraggio che i paesi europei debbono avere, anche se ciò’ significherà fare un nuovo decisivo passo avanti irreversibile verso la definitiva rinuncia alle prerogative nazionali. Altrimenti le lacrime dell’Alto Rappresentante Mogherini, che tutti abbiamo visto in televisione, rimarranno oltre che sfogo di trattenuta compassione nei riguardi delle povere vittime di Bruxelles anche le lacrime di impotenza di una Unione Europea cui non vengono dati gli strumenti idonei per reagire adeguatamente alle tragedie che la coinvolgono.